Berlusconi-De Benedetti, due ego narcisi e irrefrenabili che hanno dato vita a una battaglia eclatante. Le radici dello scontro di potere. Analisi
Accecati dalla partigianeria e dalla emotività, giornalisti e opinionisti di destra e di sinistra hanno del tutto ignorato e omesso, nel racconto dei fasti e nefasti del trentennio berlusconiano, l’elemento chiave, il fil rouge della vita personale, imprenditoriale e politica del Cavaliere di Arcore: l’efferato scontro di potere, senza esclusione di colpi, con Carlo De Benedetti. L’Ingegnere piemontese che ha cercato in tutti i modi di sovrastarlo e annientarlo, che lo ha duramente ammaccato ma non è mai riuscito a finirlo. Due ego analogamente narcisi e irrefrenabili, partiti entrambi da zero all’inizio degli anni ’70, Ingegnere e Cavaliere, odiandosi, hanno dato vita a un duello talora eclatante ma sempre sordo e violento di tipo non solo personale, bensì imprenditoriale e politico.
Tutto cominciò all’inizio degli anni ‘80 con lo scontro di Segrate per il controllo del gruppo Mondadori- Repubblica -Espresso. Si concluse con un armistizio e una spartizione mediati da Giulio Andreotti: a Berlusconi, appoggiato dal segretario del Psi Craxi, andò la Mondadori (prevalentemente libri, avendo già il controllo delle tv private), a De Benedetti toccò la ciccia giornalistica che avrebbe fatto la sua fortuna: il quotidiano più venduto e influente – Repubblica di Scalfari e di tutte le grandi firme radical chic – il settimanale d’assalto l’Espresso, una catena di fortissimi ben radicati quotidiani locali, il colosso pubblicitario Manzoni e un arcipelago di radio private.
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A guadagnarci fu De Benedetti, legato alla lobby della sinistra Dc guidata da Ciriaco De Mita, che da discusso finanziere si trasformò da un giorno all’altro nell’editore più importante e temuto. E allo scontro per il potere governativo tra il democristiano De Mita e il socialista Craxi, si sostituì gradualmente la sfida diretta tra i loro supporter: De Benedetti contro Berlusconi. Divenuta poi battaglia politica di Forza Italia (e poi centrodestra) contro il Pd, di cui Benedetti divenne tessera numero uno e il gruppo Espresso- Repubblica, house organ battagliero.
Questo è stato il vero leit-motiv dei passati trenta anni: De Benedetti e Berlusconi erano marxianamente la struttura e i capi dei due schieramenti. La politica con i suoi protagonisti pubblici era solo la sovrastruttura manovrata, come si fa con le marionette,da fili invisibili azionati dai quartieri generali di corso Indipendenza o Ivrea e via Ciovassino a Milano (gruppo De Benedetti-Repubblica) contro i fili mossi da Arcore e Segrate per mano di Berlusconi e dei suoi uomini.
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De Benedetti, l’uomo delle Brooks Brother botton down che parlava inglese, sempre all’assalto, forte del trascinamento, con i propri giornali, di tutta l”intellighenzia dell’establishment”: magistrati in primis, giuristi, opinion leader, cattedratici, chierici, burocrati, artisti… Tutto il mondo progressista e radical chic, insomma, in servizio permanente effettivo.
Berlusconi, uomo di format e show, ciprie e paillettes, a parare i colpi con i suoi mezzi, scendendo personalmente in politica e sfruttando le sue capacità seduttive sui ceti popolari e medio borghesi e sulle donne. Trent’anni da rileggere con questi occhiali, se si vuol capire la storia recente del Belpaese.
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Chi ha vinto, infine? Con obiettività va detto che De Benedetti, centometrista ben visto e risparmiato dalla magistratura grazie al furbo posizionamento politico suo e dei suoi giornali, era vincente nelle singole battaglie. Berlusconi è spesso finito sotto subendo un pressing giudiziario asfissiante (condanne, multe, decine di processi mediaticamente amplificati con cura e metodo, sputtanamento sistematico e delegittimazione morale politica) culminato con il risarcimento monstre da 494 milioni del luglio 2013. Ma alla fine si è sempre rialzato, come Ercolino sempre in piedi. E alla lunga ha vinto lui. Perché ha unito in se’ (in spregio dei sottili, delicati equilibri costituzionali) il potere mediatico con quello finanziario e politico. In un cocktal micidiale risultato imbattibile.
E ora, a fine corsa, il Cavaliere esce di scena con gli onori dell’uomo di Stato, i funerali solenni nel Duomo di Milano e il lutto nazionale, davanti a mezzo mondo e a tanti capi di governo, lasciando ai suoi uomini e alle sue donne aziende floride e un patrimonio di ben 8 miliardi.
De Benedetti irrancidisce e rosica solitario in Svizzera, dove ha portato la sua residenza e la sua ormai scarna denuncia dei redditi, dopo essersi liberato di quello che è stato il più grande gruppo editoriale italiano deperito tra le sue mani sotto i colpi della rivoluzione digitale, sbolognato ai figli ingrati che hanno pensato bene di rifilarlo velocemente agli Agnelli-Elkann. E se non fosse per l’amica Gruber che periodicamente lo rivitalizza intervistandolo come imprenditore illuminato e inspired, non gli resterebbe che qualche passeggiata nei boschi di St Moritz. Sic transit gloria mundi.




