La rima della storia: tra bombe e carovita il rischio di un nuovo autunno di piombo
La storia non si ripete, ma fa rima. Stavolta la rima è inquietante. Due anarchici morti alle porte di Roma mentre preparavano un ordigno artigianale. Non è un episodio folkloristico, né una scheggia impazzita da archiviare in poche righe. È un segnale. Uno di quelli che, presi singolarmente, sembrano marginali. Messaggi isolati. Ma che messi in fila iniziano a raccontare altro.
Perché il punto non è la bomba che non è esplosa. Il punto è il contesto in cui nasce.
L’Italia – e più in generale l’Europa – si trova dentro una fase di tensione crescente. Non solo politica, ma sociale ed economica. E qui entra il secondo elemento, quello che pesa più di tutti e che troppo spesso resta sullo sfondo: l’energia. Il petrolio torna a muoversi verso l’alto, le rotte globali sono instabili, la pressione sui mercati è evidente. Non serve una crisi conclamata per capire dove porta questa dinamica. Lo abbiamo già visto: energia più cara significa trasporti più cari, produzione più cara, inflazione che riprende fiato e potere d’acquisto che si erode.
È a questo punto che il disagio smette di essere una categoria economica e diventa un fatto politico. E, nei casi più estremi, un detonatore sociale.
La storia italiana è lì a ricordarcelo. Gli anni di piombo non sono nati all’improvviso, né per una deviazione improvvisa di pochi. Sono stati il prodotto di una lunga incubazione fatta di crisi, frustrazione, radicalizzazione e vuoto di risposta istituzionale. Prima il disagio diffuso, poi la ricerca di un nemico, infine la giustificazione della violenza.
Oggi il quadro è diverso, certo. Le ideologie sono più deboli, i gruppi più frammentati, le appartenenze meno nette. Ma proprio per questo il rischio è più subdolo. Meno organizzato, più imprevedibile. Meno riconoscibile, ma non per questo meno reale.
Gli ambienti anarchici insurrezionalisti non sono un ricordo del passato. Sono presenti, attivi, capaci di colpire in modo sporadico ma simbolico. E soprattutto si inseriscono in un clima in cui cresce la sfiducia verso lo Stato, verso le istituzioni, verso qualsiasi forma di rappresentanza. Quando questa sfiducia incontra difficoltà economiche concrete, il salto di qualità può essere rapido.
E qui si arriva al nodo centrale: la politica.
Perché tutto questo non è inevitabile. Non è scritto. È, semmai, il risultato di ciò che si fa – o non si fa. Se il costo della vita cresce e nessuno interviene in modo credibile, se il lavoro resta precario e mal pagato, se il ceto medio continua a perdere terreno senza una prospettiva, qualcuno quel vuoto lo riempie. Sempre. La storia, anche recente, è piena di esempi.
Il problema è che oggi la politica appare altrove. Intrappolata in una dimensione tattica, fatta di annunci, polemiche e gestione del consenso nel brevissimo periodo. Manca una visione, ma soprattutto manca la capacità di leggere i segnali deboli. E quello che è accaduto vicino a Roma è esattamente questo: un segnale debole, ma chiarissimo per chi ha memoria storica.
Nessuno può dire seriamente che stiamo tornando agli anni di piombo. Sarebbe una forzatura. Ma nessuno dovrebbe nemmeno permettersi di escludere che si stia creando un terreno simile a quello che, in passato, ha reso possibile quella stagione.
Perché la sequenza è sempre la stessa. Prima il disagio, poi la radicalizzazione, infine la violenza. Cambiano le forme, non la sostanza.
E allora la questione è semplice, quasi brutale: si vuole intervenire adesso, quando i segnali sono ancora gestibili, oppure si preferisce ignorarli fino a quando diventeranno evidenti per tutti?
La risposta, come sempre, non la daranno gli anarchici. La darà la politica.

