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Campo largo, la guerra di tutti contro tutti. Conte sfida Renzi, Schlein perde la pazienza e il programma resta un fantasma

Campo largo, la guerra di tutti contro tutti. Conte sfida Renzi, Schlein perde la pazienza e il programma resta un fantasma
Giuseppe Conte Matteo Renzi

L’analisi

«Se vuoi una garanzia, comprati un tostapane». Matteo Renzi prende in prestito Clint Eastwood e risponde così a Giuseppe Conte, che aveva chiesto a Elly Schlein di farsi garante dell’affidabilità di Italia Viva. La battuta funziona, ma fotografa anche il punto a cui è arrivato il cosiddetto campo largo: “Il centrosinistra non ha ancora un programma comune, non ha scelto il candidato alla presidenza del Consiglio e non ha definito con certezza il proprio perimetro. Ha però già accumulato veti, ultimatum e rivalità personali sufficienti per una campagna elettorale intera.” Commenta sarcastico un deputato dell’ala riformista del Pd. L’ultima puntata si è consumata tra Conte e Renzi, con Schlein costretta ancora una volta a tenere insieme alleati che sembrano più interessati a misurarsi tra loro che a costruire un’alternativa. Il presidente del Movimento 5 Stelle continua a considerare Renzi un corpo estraneo alla coalizione e non contesta soltanto le sue posizioni: ne mette in dubbio l’affidabilità politica, sullo sfondo della caduta del governo Conte II nel 2021. Renzi replica che la politica deve poggiare sulle idee e propone perfino un «contratto alla tedesca», con paletti vincolanti per tutti.

Nel discorso conclusivo della Leopolda, tuttavia, prova anche ad abbassare i toni e a lasciare aperto uno spazio di dialogo con il leader pentastellato: «In politica non ci sono garanzie, ma le riflessioni che fa Conte sono comprensibili e io vorrei lanciare un ramoscello di pace». Un’apertura che non cancella lo scontro sull’affidabilità reciproca, ma segnala la volontà di non trasformarlo subito in una rottura definitiva. Il suo vero interlocutore resta comunque Schlein, non Conte. Alla Leopolda il leader di Italia Viva ha infatti sposato la rivendicazione della segretaria sul peso elettorale del Pd: «Uno non vale uno» (un’affermazione che, pronunciata da Renzi, rafforza in realtà proprio il ragionamento della segretaria: se il peso di ogni partito è proporzionato ai voti, al Pd spetta un ruolo preminente, mentre Italia Viva deve accettare di contare assai meno. Ma tant’è), perché i democratici hanno più voti degli altri alleati. È un asse tattico piuttosto trasparente. Renzi offre a Schlein un sostegno che non riceve nemmeno da tutta la minoranza interna; in cambio rende più costosa la propria esclusione dalla coalizione. Ha inoltre annunciato che, se si terranno le primarie, Italia Viva-Casa riformista presenterà un proprio candidato e che al tavolo programmatico manderà Maria Elena Boschi.

Una scelta che evita, almeno all’inizio, il faccia a faccia con Conte, Bonelli e Fratoianni, ma non risolve il problema politico. Schlein, del resto, alla Direzione del Pd ha mostrato un’insofferenza finora trattenuta. «Generosi sì, ingenui no», ha avvertito, ricordando che i democratici avevano proposto un percorso di ascolto già nel novembre 2025, mentre il Movimento ha concluso soltanto a settembre il proprio cammino interno. Poi la frase destinata ad aprire lo scontro: nella scrittura del programma «uno non vale uno», perché il Pd è saldamente la prima forza dell’opposizione e dispone di circa il doppio dei consensi delle altre componenti. Il messaggio era rivolto soprattutto a Conte: il Nazareno non intende più accettare che il partito maggiore venga trattato come uno dei tanti.

Conte ha raccolto la sfida. Dopo quelle parole, ha sostenuto, non esistono più alternative alle primarie. Ma poche ore prima aveva rivelato di essersi detto disponibile a un nome terzo, un federatore scelto facendo fare un passo indietro sia a lui sia a Schlein, aggiungendo che quella strada non avrebbe trovato disponibilità. È il retroscena che più agita il Pd: se la segretaria difende la propria candidatura, può essere accusata di anteporre la leadership all’unità; se accetta un federatore, rinuncia alla guida pur essendo a capo del primo partito della coalizione. Il tema del «terzo nome», dunque, non è scomparso: resta sullo sfondo come soluzione per chi, dentro e fuori il Pd, considera troppo divisivo il duello Schlein-Conte. Franceschini, Bettini, D’Alema, Prodi e i riformisti sono alla ricerca disperata di un nome che possa evitare le primarie, ma fino ad ora tutti i nomi proposti (compresa la Salis) non sembrano convincere fino in fondo,

La prova della tensione interna è arrivata dal voto in Direzione. I riformisti non hanno partecipato al voto sulla relazione della segretaria. Lorenzo Guerini ha spiegato che restano punti da chiarire; Giorgio Gori è stato ancora più netto: l’area aveva chiesto che alle eventuali primarie potesse esserci più di un candidato del Pd, ricevendo come risposta «non se ne parla». In altre parole, Schlein alza la voce con Conte ma non chiude la partita dentro il suo partito, dove una parte della minoranza teme che il Pd finisca intrappolato nella piattaforma del Movimento 5 Stelle e di Avs. A complicare ulteriormente il quadro sono arrivate le parole di Alessandro Di Battista. Ospite di «Accordi e Disaccordi» sul Nove, l’ex esponente pentastellato ha detto che «c’è una parte di cittadini che sostiene il Movimento 5 Stelle che Schlein non la voterebbe neanche sotto tortura». Non ha parlato della maggioranza degli elettori grillini, come talvolta è stato sintetizzato, ma il senso politico dell’avvertimento è comunque pesante: un’eventuale vittoria della segretaria alle primarie non garantirebbe automaticamente il trasferimento dei voti del M5S. Di Battista ha aggiunto che, continuando così, il centrosinistra potrebbe perfino evitare di fare le elezioni, perché Giorgia Meloni sarebbe già favorita.

È un’affermazione che tocca il nervo scoperto dell’intera operazione. Le primarie dovrebbero incoronare un leader unitario, ma rischiano di trasformarsi in una conta capace di lasciare ferite difficili da rimarginare. Se vince Schlein, una parte della base pentastellata potrebbe non seguirla. Se vince Conte, il Pd dovrebbe accettare di fare da azionista principale a una coalizione guidata dal leader di un partito più piccolo. E se entrasse in scena un terzo candidato, magari sostenuto dai riformisti o dal centro, la competizione diventerebbe ancora più imprevedibile. Sotto la disputa sulla leadership si muove inoltre una partita di potere più ampia. Secondo i retroscena parlamentari, Conte teme un «Pd pigliatutto»: Palazzo Chigi oggi e, nella prossima legislatura, anche la partita per il Quirinale. Al Transatlantico si ragiona già sugli equilibri tra presidenza del Consiglio, Colle e ministeri chiave. È normale che una coalizione discuta gli assetti, ma il rischio è evidente: le caselle future stanno occupando lo spazio che dovrebbe essere riservato alle proposte per il Paese. E l’incertezza sulla data delle elezioni consente a Giorgia Meloni di osservare gli avversari mentre si logorano nelle loro contraddizioni.

Nel frattempo il centro si affolla. Renzi rivendica un profilo riformista e garantista; Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli lavorano al progetto di Più Uno; +Europa chiede una lista unitaria senza avere ancora ricevuto risposte decisive; Azione resta fuori e guarda alla costruzione di un polo alternativo. Più aumenta il numero dei possibili alleati, più diventa difficile stabilire chi debba sedersi al tavolo e con quale peso. Schlein insiste su una coalizione inclusiva; Conte e Avs temono che l’ingresso di Renzi snaturi il progetto; i riformisti democratici temono invece che il Pd venga trascinato troppo a sinistra. E poi c’è il programma, l’oggetto più evocato e meno visibile. Sull’Ucraina la distanza resta profonda: il Pd conferma il sostegno a Kyiv, mentre Conte chiede lo stop all’invio di armi e Di Battista attacca la linea di Schlein. Renzi replica che «l’Ucraina non si vende, si difende». Non è una sfumatura, ma una frattura sulla collocazione internazionale dell’Italia. Anche su politica economica, giustizia, sicurezza e immigrazione le culture politiche restano lontane: Italia Viva propone una linea liberale e garantista; il Movimento difende una maggiore presenza pubblica nell’economia e posizioni più dure sul fronte giudiziario; Avs spinge su patrimoniale, ambiente e riduzione delle spese militari; il Pd prova a comporre una sintesi senza avere ancora indicato chiaramente il punto di equilibrio.

Qualche terreno comune esiste: salario minimo, sanità pubblica, congedi, diritti sociali e riconoscimento della Palestina. Ma l’elenco delle convergenze non basta ancora a formare un progetto di governo, soprattutto quando ogni tema divisivo viene rinviato a una futura «sintesi alta». Il tavolo programmatico dovrebbe partire dopo l’approvazione della legge elettorale e l’assemblea del Pd del 18 ottobre, chiamata anche a prorogare il mandato di Schlein. Il calendario c’è; ciò che manca è la fiducia reciproca necessaria per rispettarlo.

Il campo largo rimane probabilmente l’unica formula numericamente in grado di sfidare il centrodestra. Ma un’alleanza costruita soltanto contro Meloni non trasforma automaticamente partiti rivali in una coalizione di governo. Schlein ha alzato la voce perché ha compreso il rischio di diventare l’unica responsabile di un fronte che tutti invocano e nessuno sembra disposto a disciplinare. Conte vuole contendere al Pd la leadership e mantenere il veto su Renzi. Renzi vuole entrare senza sottoporsi a esami di affidabilità. I riformisti democratici chiedono più spazio. Avs teme che i numeri del Pd cancellino il peso delle idee.

Il risultato è un campo che dovrebbe allargarsi e invece continua a dividersi. Dovrebbe scrivere un programma, ma discute soprattutto di candidati, primarie, garanzie e futuri incarichi. Dovrebbe presentarsi come alternativa di governo, ma offre l’immagine di una coalizione già impegnata nella spartizione della leadership prima ancora di avere deciso che cosa fare del Paese. Le parole di Di Battista rendono il problema ancora più esplicito: persino una vittoria alle primarie potrebbe non bastare a unire elettorati che, oggi, sembrano guardarsi con reciproca diffidenza.

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