De Luca: “Meloni non ha fallito sui conti. No allo scostamento”. E promuove il ritorno al nucleare
Dai conti pubblici al bollo auto, passando per il tetto agli studenti stranieri nelle classi e il ritorno al nucleare, le scelte del governo Meloni riaccendono il confronto sulle priorità economiche e politiche dell’Italia. Sul deficit, il mancato rientro sotto il 3% riporta al centro il peso del debito e la possibilità di ricorrere a uno scostamento di bilancio, mentre l’ipotesi di alleggerire il bollo auto apre il nodo delle risorse destinate agli enti territoriali.
Ma il confronto si sposta anche sulle scelte strutturali che il Paese dovrà affrontare nei prossimi anni: dall’integrazione degli studenti stranieri nelle scuole alla politica energetica, con il nucleare tornato al centro del dibattito. Sullo sfondo resta poi il fronte internazionale, con la guerra in Ucraina e il confronto sempre più duro tra Russia e NATO. Quanto può spingersi l’Italia nel sostegno a Kiev? E fino a che punto Roma può sottrarsi agli impegni assunti con i propri alleati?
A fare il punto è Cateno De Luca, sindaco di Taormina, che ad Affaritaliani interviene sulle principali questioni al centro dell’agenda politica ed economica: dai conti del governo Meloni al nucleare, fino alla guerra in Ucraina.
Il rapporto deficit/Pil è rimasto al 3,1% e l’Italia non riuscirà a uscire anticipatamente dalla procedura europea per deficit eccessivo. È un fallimento per il governo Meloni? E cosa dovrebbe fare ora l’esecutivo: mantenere la linea del rigore o ricorrere allo scostamento di bilancio chiesto da Salvini?
“Io sposterei l’attenzione da quello 0,1% in più, che non ha consentito all’Italia di uscire dalla procedura, a un altro profilo, che rappresenta il vero problema irrisolto degli ultimi dieci anni: abbiamo una spesa pubblica che continua a crescere, così come il debito e gli interessi sul debito, nonostante la crescita del Pil registrata in questi anni. La vera questione di fondo è che buona parte della ricchezza che riusciamo a creare viene assorbita dall’aumento del costo del debito pubblico e dei relativi interessi.
Chiarito questo, ritengo che una questione contabile dello 0,1% non possa determinare un giudizio complessivo sull’operato di un governo. Parliamo di circa un miliardo di euro che ha determinato questo sforamento e che, rispetto all’ammontare complessivo della spesa pubblica, avrebbe potuto essere affrontato preventivamente. Una cifra di questa entità non può quindi portare a esprimere un giudizio negativo sulla gestione dei conti pubblici del governo Meloni.
Va considerato anche il punto di partenza, cioè l’aver ereditato una situazione dei conti pubblici molto difficile, anche per gli effetti del cosiddetto Superbonus 110%, una misura che è stata concepita senza una reale copertura finanziaria negli anni e alla quale è ascrivibile una parte significativa degli squilibri dei conti pubblici.
Alla luce di quanto emerso, invece, non sono d’accordo con il ricorso allo scostamento di bilancio: al di là della sua entità, rischierebbe di mettere ulteriormente in difficoltà l’Italia nei rapporti e nel rispetto degli accordi con l’Unione europea”.
Il governo punta sull’esenzione dal bollo auto per alcune categorie di veicoli. È una misura che condivide o la considera soprattutto una scelta da campagna elettorale? Da sindaco di Taormina, teme che interventi di questo tipo possano tradursi in minori risorse per gli enti locali?
“Partiamo dal presupposto che misure di questo genere sono state adottate da tutti i governi almeno negli ultimi dieci anni. Basti pensare al bonus Renzi, introdotto alla vigilia delle elezioni europee del 2014, quando il Pd arrivò al 40%. Lo ricordo perché definire oggi una misura di questo tipo come una novità clientelare significa, a mio avviso, offendere l’intelligenza degli italiani.
Detto questo, parto da un principio: una tassa o un’imposta in meno è sempre preferibile, soprattutto quando bisogna considerare non soltanto la sua entità, ma anche i costi necessari per riscuoterla e gestirla. Quando parliamo di imposte di lieve entità e il margine tra ciò che lo Stato incassa e quanto costa applicarle e riscuoterle è ristretto, se è possibile sostituirle con altre misure credo sia meglio. Il bollo auto rientra in questa categoria.
Il vero problema riguarda però gli effetti sui conti degli enti territoriali. Non sarebbe la prima volta che un governo decide di ridurre un’imposta il cui gettito riguarda però le autonomie locali, quindi Regioni e Comuni. La mia preoccupazione non riguarda la scelta di eliminare o ridurre il bollo auto, ma i tempi e le modalità con cui verrà compensato il mancato gettito.
Mi auguro quindi che, contemporaneamente al provvedimento, venga prevista una misura in grado di compensare i bilanci degli enti interessati. In caso contrario si rischiano squilibri che finirebbero per ricadere sui cittadini, perché molti dei servizi che incidono sulla loro quotidianità vengono garantiti proprio dagli enti locali.
Da una parte, dunque, l’abolizione del bollo rappresenterebbe una semplificazione e lascerebbe maggiori risorse nelle tasche dei cittadini; dall’altra, senza adeguate compensazioni, nel medio periodo potrebbe determinare un aumento delle tariffe locali per recuperare le entrate perdute. Per questo auspico che venga prevista fin da subito una misura compensativa, considerando che stiamo già parlando dei bilanci del 2027”.
Si discute di un tetto del 30% agli studenti stranieri nelle classi. Lei è favorevole? È una misura concretamente applicabile nelle scuole italiane oppure rischia di creare più problemi di quanti ne risolva?
“È una misura che, se applicata in maniera lineare, rischia di essere concretamente inapplicabile. Il principio può anche avere un senso, ma deve essere accompagnato da specifiche politiche di alfabetizzazione, perché questo è il vero tema. Non è una questione legata alla provenienza degli studenti, ma un problema molto pratico: la mancata conoscenza dell’italiano e, di conseguenza, le difficoltà di apprendimento all’interno delle classi.
Il rischio è che si producano due fenomeni: un rallentamento complessivo dell’intera classe oppure una ghettizzazione di fatto degli studenti che hanno maggiori difficoltà linguistiche, qualora l’insegnante sia invece costretto ad andare avanti con il programma.
Il problema è soprattutto nell’applicazione concreta del tetto. Oggi esistono interi quartieri, soprattutto nelle città metropolitane, caratterizzati da un’elevata concentrazione di studenti stranieri. Applicare rigidamente il limite del 30% in queste realtà potrebbe diventare impossibile. Il principio può essere condivisibile, ma devono essere previste eccezioni precise, perché altrimenti il superamento del tetto in un quartiere costringerebbe a spostare gli studenti verso istituti situati in altre zone della città, creando una sorta di migrazione che avrebbe evidenti difficoltà pratiche.
C’è poi un altro elemento: molte classi oggi riescono a formarsi proprio grazie alla presenza di questi studenti. Da amministratore, quindi, dico che il principio può essere condivisibile, ma la sua applicazione deve necessariamente tenere conto delle diverse realtà urbane”.
Il Parlamento ha dato il via libera al nuovo quadro per il nucleare. È la strada giusta per ridurre la dipendenza energetica dell’Italia e contenere i costi dell’energia oppure ritiene che il Paese dovrebbe puntare su altre fonti?
“Per quanto si possa puntare sulle fonti rinnovabili, queste non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico del sistema Italia. Lo dico anche da uomo del Meridione, un territorio che potrebbe diventare un hub delle fonti energetiche alternative e rinnovabili.
L’errore, a mio avviso, è stato commesso negli anni Ottanta, quando con il referendum l’Italia è uscita dal nucleare. Oggi siamo circondati da Paesi che hanno centrali nucleari e, paradossalmente, acquistiamo energia prodotta dal nucleare oltre i nostri confini mentre noi continuiamo a essere contrari a questa fonte.
Questa situazione incide sulla competitività del sistema Italia e le attuali dinamiche internazionali hanno ulteriormente aggravato il problema dei costi dell’energia, con conseguenze che riguardano anche la vita quotidiana dei cittadini.
Sono quindi favorevole al nucleare, anche perché ritengo necessario individuare soluzioni strutturali ai problemi del Paese. Il nucleare può rappresentare una risposta strutturale al nostro fabbisogno energetico.
Questo non significa abbandonare le rinnovabili. Anche su questo fronte, però, bisogna considerare gli effetti sugli altri settori, a partire dall’agricoltura. Interi territori sono stati destinati agli impianti fotovoltaici o alle pale eoliche, sottraendo superfici preziose alla loro destinazione agricola primaria, e oggi iniziamo a risentire anche delle conseguenze di queste scelte”.
Sul fronte internazionale, El Mundo ha parlato di possibili attacchi russi con droni contro Italia, Francia e Spagna, ma Crosetto ha detto che l’allarme non trova conferme. Quanto deve preoccuparsi l’Italia? E, più in generale, ritiene che il nostro Paese stia assumendo una posizione corretta nel confronto sempre più duro tra Russia e NATO?
“C’è una questione che, purtroppo, va affrontata in maniera diversa: ci troviamo di fronte a un approccio ideologico a una dinamica che non dovrebbe essere trattata in questi termini. Parlare alla pancia degli italiani cercando di conquistare qualche voto in più e mettendo alla berlina determinate scelte significa dimenticare che, in realtà, su alcuni aspetti non si tratta nemmeno di una scelta: l’Italia, in virtù dei trattati internazionali, è chiamata a contribuire al sostegno di Stati, come l’Ucraina, che sono stati invasi. È un elemento fondamentale dal quale non si può prescindere.
Invocare semplicemente l’Europa su questo fronte significa spostare l’attenzione dal problema, perché l’Europa non è ancora riuscita a dotarsi di una vera strategia di difesa comune e dei conseguenti investimenti.
Per questo il sovranismo di sinistra, o di una parte della sinistra e in particolare del Movimento 5 Stelle, da una parte mi fa sorridere e dall’altra mi indigna, perché tutti sanno che l’Italia non può sottrarsi ai propri obblighi.
Abbiamo una guerra alle porte di casa ed è quindi strategico anche per noi intervenire e cercare di fermare l’avanzata russa, considerando che un domani potremmo ritrovarcela ancora più vicina. Se scegliessimo di ragionare esclusivamente in termini sovranisti e di non partecipare al sostegno dell’Ucraina, come potremmo poi pensare di appellarci all’Onu e alle altre organizzazioni internazionali chiamate a garantire la pace?
Il mio è quindi un approccio molto semplice: l’Italia ha il dovere di contribuire alla pace e non può ragionare come se fosse uno Stato isolato dalle dinamiche mondiali. Considero il sovranismo dei 5 Stelle, inteso come il ragionare esclusivamente per i fatti nostri, una posizione indegna e ipocrita”.


