Centrosinistra, leadership in bilico e alleanze difficili: la lunga partita verso il 2027 - Affaritaliani.it

Politica

Ultimo aggiornamento: 12:08

Centrosinistra, leadership in bilico e alleanze difficili: la lunga partita verso il 2027

Schlein tiene il Pd sopra il 20%, ma alleati e correnti interne non smettono di metterla in discussione. Intanto Conte incalza, Renzi lavora al “campo largo” e Milano diventa il primo laboratorio politico

Centrosinistra, leadership in bilico e alleanze difficili: la lunga partita verso il 2027

Felix The Cat
 

Il centrosinistra italiano vive una fase che, più che di transizione, è di ridefinizione strutturale. I sondaggi non raccontano un crollo, ma nemmeno una traiettoria lineare di crescita. Raccontano piuttosto un sistema di forze in tensione permanente, dove leadership, coalizioni e candidature locali si intrecciano in un equilibrio fragile. E la domanda che circola, spesso sottotraccia, è una sola: chi guida davvero il campo progressista verso le politiche del 2027?

Partiamo da Elly Schlein. I numeri, al momento, sono dalla sua parte. Il Partito Democratico è tornato stabilmente sopra il 20%, risultato che pochi consideravano scontato dopo le politiche del 2022. Eppure, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, dentro e fuori il Pd la sua leadership continua a essere vista come provvisoria più che consolidata. Non è un mistero che né Matteo RenziGiuseppe Conte la considerino automaticamente la leader della futura coalizione. Entrambi evitano lo scontro frontale, ma entrambi lavorano a uno schema in cui la guida del campo largo resti aperta.

Il paradosso è evidente: i temi cari a Schlein – diritti sociali, lavoro povero, welfare, nuove disuguaglianze – non infiammano il dibattito mediatico come altre questioni, ma sembrano essere esattamente quelli che intercettano l’elettorato progressista. Gli elettori del centrosinistra, insomma, la stanno premiando più di quanto molti dirigenti del suo stesso campo siano disposti ad ammettere. Il vero nodo è interno al Pd: continuare a inseguire le mille correnti e le mille identità oppure decidere una volta per tutte che la segretaria è lei e che su di lei si costruisce la proposta politica nazionale. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, questa scelta non è stata ancora davvero compiuta.

Nel frattempo, il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte non può permettersi pause. La traiettoria elettorale parla chiaro: dal 33% del 2018 al 15% del 2022, fino a una discesa – seppur contenuta – sotto il 10% alle Europee. Un ridimensionamento strutturale che impone al Movimento un pressing costante su ogni dossier sociale e istituzionale, proprio per evitare la marginalizzazione. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, la strategia è chiara: occupare ogni spazio lasciato scoperto dal Pd e mantenere un profilo identitario forte, anche a costo di tensioni dentro l’alleanza.

Diversa, ma altrettanto strategica, la posizione di Matteo Renzi. Il leader di Italia Viva è convinto che un campo largo competitivo possa davvero mettere in difficoltà Giorgia Meloni alle politiche del 2027. Tuttavia, il suo ragionamento contiene un sottinteso evidente: la leadership della coalizione non può essere automaticamente quella di Schlein. Ma allora chi? I nomi che circolano – dai dirigenti storici del Pd fino a ipotesi tecniche – non scaldano gli animi. E l’idea di un “papa straniero”, una figura esterna capace di tenere insieme tutte le anime della coalizione, torna periodicamente nei retroscena. Secondo quanto risulta ad Affaritaliani, è uno scenario che nessuno rivendica apertamente ma che nessuno esclude davvero.

In questo quadro, Alleanza Verdi e Sinistra continua a giocare un ruolo sorprendentemente stabile: forza affidabile, dialogante, disponibile a una coalizione ampia senza porre veti pregiudiziali. Non abbastanza grande per dettare la linea, ma sufficientemente coerente da essere percepita come interlocutore credibile da tutte le componenti del campo progressista.

Le tensioni nazionali, però, si riflettono già nelle partite locali, a partire da Milano, che si profila come il laboratorio politico più interessante dei prossimi anni, anche perché si andrà al voto nel 2028 e i giochi – secondo quanto risulta ad Affaritaliani – stanno iniziando molto prima del previsto. Il nome di Mario Calabresi circola da tempo, ma presenta ostacoli concreti: l’accordo con WillChora Media renderebbe complessa un’uscita anticipata dalla presidenza prima del 2028, con possibili implicazioni anche sul piano delle partecipazioni societarie.

Pierfrancesco Majorino piace a una parte consistente dell’elettorato progressista, ma non entusiasma l’intero fronte moderato e rischia di risultare troppo polarizzante, soprattutto in una città dove alcuni mondi tradizionalmente influenti, come Comunione e Liberazione, non hanno mai osteggiato Giuseppe Sala, ma potrebbero farlo nel caso di una candidatura percepita come più identitaria.

Ecco perché, secondo quanto risulta ad Affaritaliani, iniziano a emergere alternative in vista di eventuali primarie: Umberto Ambrosoli, forte del risultato regionale ottenuto pur nella sconfitta; Lorenzo Pacini, volto nuovo e arrembante del Pd milanese; Paolo Romano, recordman di preferenze in consiglio regionale e figura in crescita, anche grazie a un rapporto politico solido con la segretaria dem.

Il centrosinistra, insomma, non è fermo. È in movimento continuo. Ma il movimento, da solo, non basta. Senza una decisione chiara sulla leadership e senza una definizione credibile degli equilibri interni, il rischio è quello di arrivare al 2027 con una coalizione larga sulla carta e fragile nella sostanza. E questa, per chi vuole contendere il governo del Paese al centro-destra, sarebbe la peggior premessa possibile.