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Politica

di Gianni Pardo

È un vero peccato non essere amici intimi di Angelino Alfano. Gli atti degli sciocchi si possono commentare con un’alzata di spalle, e anche degli atti delle persone intelligenti ci si può disinteressare, se sono evidentemente demenziali: è il caso del comportamento di Gianfranco Fini. Ma Alfano non sembra demente. Infatti, mentre Fini, non che demolire Silvio Berlusconi, è riuscito soltanto a demolire se stesso, Alfano e la sua ventina di sodali sono riusciti a tenere in piedi il governo: e non è risultato da poco. Tuttavia il comportamento del giovane agrigentino rimane incomprensibile. Da un lato bisogna chiedersi a che cosa mirassero i dissidenti, dall’altro quali sono nella realtà gli scenari possibili.

A giudicare dai pochi dati di cui si è in possesso bisogna pensare che i “governativi” abbiano in primo luogo pensato a non far cadere il governo. E per questo la denominazione con cui si tende ad indicarli non è impropria. Ma rimane il problema del perché di tanta fedeltà. Una prima ipotesi è la considerazione che una crisi di governo, in questo momento e in questa situazione politico-economica, potrebbe essere tragica per il Paese e forse persino per l’Europa. Una seconda possibile motivazione potrebbe essere l’insofferenza per un Berlusconi padre-padrone, che si permette di ordinare le loro dimissioni senza neppure consultarli. Un terza motivazione, terra terra, potrebbe essere l’attaccamento alla poltrona. Far cadere il governo e andare a nuove elezioni per Berlusconi significa punire i magistrati politicizzati e l’Italia che lo ha mollato, senza perdere nulla che non abbia già perduto; per gli altri significa rischiare di non essere più ministri, di non essere rieletti e di non avere neppure la pensione da parlamentare. Le elezioni infatti sono state appena nel febbraio scorso.

La prima motivazione è naturalmente di gran  lunga la più nobile. Purtroppo lo è fin troppo. Infatti quei senatori e quei ministri devono aver messo in conto che se queste nuove Idi di Marzo non fossero andate a buon fine – se cioè non fossero riusciti a strappare il partito a Berlusconi – la loro sopravvivenza politica era assicurata solo finché questo governo fosse rimasto in piedi. Poi, o fondavano un partito – e c’è lo spazio, per un simile partito? – o avrebbero dovuto andare ad intrupparsi nelle sparute schiere di un Pierferdinando Casini che già lotta per la sua personale visibilità. Dunque o il loro sarebbe stato un atto eroico - salvare il governo al prezzo della propria vita politica – oppure, ipotesi sgradevole, hanno pensato che rimanere ministro o senatore per qualche mese ancora valesse la scissione del Pdl. Qual è la verità?

Una seconda possibilità è che abbiano reputato che Berlusconi aveva perso le redini del partito e che bastasse dunque una dichiarazione di maggiore età politica per esautorarlo. “Dimostriamo che gli si può disobbedire e il partito seguirà noi, non lui”. Di fatto, anche nel momento in cui il putsch poteva riuscire, i dissidenti non sono andati molto oltre il numero indispensabile per tenere in vita il governo. E allora? Come hanno potuto credere che il partito li avrebbe seguiti?

Ma un Berlusconi accigliato come non mai li ha sbalorditi spingendo il Pdl a dare la propria fiducia al governo e loro non hanno saputo reagire con sufficiente risolutezza. Una volta tentato il parricidio, non si può tornare indietro. Non si può dire ad un Cesare sorprendentemente sopravvissuto che l’attentato è stato un momento di follia. Se erano convinti di avere una gran parte del partito dietro di loro, invece di dichiarazioni alla melassa avrebbero dovuto dire che non potevano rimanere insieme a qualcuno che voleva buttare giù il governo. Dovevano dichiarare la scissione, sperando di attirare la maggioranza o almeno una gran parte dei parlamentari. Era l’unica finestra temporale valida.  Non l’hanno fatto e il Cavaliere a poco a poco ha cominciato a riprendersi in mano il partito. Oggi è chiaro a tutti quanto siano minoranza i governativi. Lo stesso Alfano ha perduto la Segreteria e Berlusconi ha tutti i poteri fino al Consiglio Nazionale di dicembre. Inoltre ha fatto capire che se il Senato voterà la sua decadenza riproporrà la caduta del governo. E in quel momento o i “governativi” si schiereranno con lui, con gravissima diminutio della loro statura politica, o il partito si spaccherà, il governo rimarrà in carica (non si sa fino a quando) e loro saranno considerati inevitabilmente dei traditori del Pdl e di Berlusconi personalmente. Il destino di Fini è un monito per tutti.
Qualcuno mi potrebbe presentare Alfano?

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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