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Politica
“Conte ridimensionato con il ter. E non escludo Berlusconi al governo”
(fonte Lapresse)

Aperta formalmente la crisi, con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che è salito al Quirinale e ha rassegnato le dimissioni, sono diversi gli scenari che si stanno prospettando, dal Conte ter fino all’ipotesi del voto. Più peregrina, ma non del tutto esclusa. Mentre la regia passa ufficialmente nelle mani del Colle, Affaritaliani.it ha provato a scandagliare le possibilità sul tavolo in un’intervista al politologo Alessandro Campi.

Campi, partiamo dalle dimissioni di Conte. Le ha un po’ subite, secondo lei?
Inizierei col dire che visto che Matteo Renzi è stato accusato di protervia, nel caso di Conte parlerei di protervia uguale e contraria, dal momento che ha ritenuto di poter trovare in Parlamento un consenso e un sostegno in ordine sparso per andare avanti. Una soluzione che sarebbe stata la migliore per lui, ma non è andata così. E, quindi, alla fine si è arrivati alle dimissioni.

La partita è ancora tutta da giocare, però.
I gruppi non è detto che non si costituiscano, ma non più alle condizioni dettate da Conte. Un conto è trattare infatti con singole persone e un altro è trattare con forze politiche anche solo minimamente organizzate. Una cosa è certa.

Quale?
Conte deve rinunciare a quest’aura da salvatore della patria che si è per lo più auto-attribuito alla luce della drammatica contingenza che si è trovato a gestire.  Quasi come fosse superiore e diverso rispetto ai partiti. Che, poi, è stato il vero problema che ha portata alla crisi e che mi fa dire che le mosse di Renzi sono state tutt’altro che sgradite agli altri alleati di governo. Mi riferisco a parti consistenti del Pd e del M5s, al di là delle dichiarazioni di sostegno. Che il modo di lavorare del premeir e di concepire il suo ruolo ormai non andasse a genio quasi a nessuno sembra abbastanza evidente.

L’ipotesi di un Conte ter, dunque, non la convince?
Un Conte ter sarebbe un’anomalia storico-costituzionale - significherebbe un presidente del Consiglio che riesce ad essere tale con tre diverse maggioranze politiche –, in ogni caso, se dovesse riuscire quest’operazione, sarebbe nel solco della continuità, ma passerebbe attraverso un ridimensionamento oggettivo del ruolo politico del premier.

Un Conte dimezzato?
Non può pensare di fare quello che ha fatto fino a ora, tenendo nelle sue mani il controllo di tutto, giocando sulla debolezza degli avversari, sulla paura di andare al voto e sul disorientamento strategico delle forze politiche alleate, con Pd ed M5s in una condizione di confusione mentale e molto divisi al proprio interno.

Che Conte ter sarebbe, allora?
Sicuramente ci dovrà essere maggiore collegialità e condivisione. Sarà un governo che dovrà fare i conti politicamente con chi, facendolo eventualmente rinascere, poi pretenderà un prezzo molto alto non solo in termini di poltrone ma anche politici. Tanto più se, come penso, dovesse esserci pure Renzi.

Renzi da un lato e Conte dall’altro. In questa partita a due chi vince per ora?
In questo momento c’è un pareggio, ma non era scontato. Fino a ieri, infatti, si diceva che Renzi avesse azzardato un’operazione che rischiava di isolarlo. In realtà, ha incassato un risultato grande: ha portato Conte verso l’obiettivo (le dimissioni, ndr) che forse si era prefisso. D’altronde, il leader di Iv ha detto sin dal primo momento che i numeri non ci sarebbero stati, mentre Conte pensava di trovarli. Dunque, Renzi ha vinto il primo round. Siamo in pareggio solo perché sono aperte molte strade.

Ecco, appunto. Quali intravede, oltre all’ipotesi Conte ter? E’ ipotizzabile, per esempio  un governo tecnico?
Lo escludo per ragioni politiche. E’ stata un’esperienza che nelle vicende italiane recenti non ha fruttato granché, è stato anche l’innesco di quel moto di ripulsa antipolitica che poi ha favorito il M5s. Converrebbe, insomma, lasciarselo alle spalle. Altro discorso, invece, per un governo di scopo, di unità nazionale. Se cambiasse la natura politica dell’intero progetto, di respiro europeista e più allargato, si creerebbe un nuovo equilibrio. A quel punto, tra l’altro, non sarebbe così automatico per Conte esserne il nuovo garante.

 Le sembra una strada praticabile?
Molto dipenderà anche dall’atteggiamento del centrodestra. Una cosa è certa: se si presenterà dal Capo dello Stato solo per chiedere elezioni dimostrerà uno scarsissimo senso politico.

Cosa dovrebbe fare, invece?
Farsi portatore di una proposta politica. Quale motivazione più forte della fase di emergenza assoluta che sta vivendo il Paese? Dovrebbe, insomma, mettere sul tavolo soluzioni concrete a questa crisi, soprattutto se ritiene che Conte non sia il rimedio giusto per il Paese. Le elezioni possono essere la richiesta prioritaria, l’importante, però, è che non siano la proposta esclusiva. Occorre un piano B serio, da discutere con Mattarella, per far capire, appunto che il centrodestra c’è e vuole essere della partita. Se si chiama fuori, è evidente che il presidente della Repubblica dovrà provare a ricucire sulla base di quello che ha.

Una maggioranza Ursula è realizzabile, secondo lei?
Può anche esserci, soprattutto se Salvini e Meloni si arroccano sulla richiesta impraticabile del voto anticipato. In quel caso Berlusconi potrebbe avere validi argomenti per sganciarsi. Come fece, del resto, il leader della Lega quando formò il governo con il Movimento cinque stelle.

In quest’ottica, l’endorsement di Salvini per Berlusconi al Quirinale fa parte di una strategia difensiva del perimetro del centrodestra?
Difensiva nella misura in cui appunto si cerca di tenere dentro Berlusconi, ma non è così che si fa politica. Se il centrodestra ritiene che il Conte ter non sia la soluzione è questo il momento di mostrarsi propositivo, cercando di far nascere un governo politico chiamato a occuparsi di questioni ben definite, a cominciare dal Recovery. Poi, non necessariamente tutte e tre le forze politiche dovrebbero farne parte. Si può sempre offrire ad esempio, un sostegno parlamentare.

Cosa ci guadagnerebbe il centrodestra?
Intanto, si metterebbe a fare politica. Non può continuare a proporsi come forza di governo facendo solo la forza di opposizione. Che è poi l’impressione che dà all'esterno. Anche perché un centrodestra che vince le elezioni e poi non governa non è nell’interesse del Paese e comincia a stancare pure gli elettori.

Una sorta di prove generali?
Certo. Oggi più che mai c’è bisogno non di vincitori alle urne, bensì nell’azione di governo. Proprio ciò in cui nelle precedenti esperienze il centrodestra ha fallito. Così, se poi vincerà le elezioni si potrà evitare che si crei l’ennesimo cordone di sicurezza intorno all’Italia da parte dell’Europa. Un po’ come è accaduto al governo gialloverde che era isolato a livello internazionale. E Salvini, che non è caduto certo per un mojito ma appunto per errori nelle relazioni internazionali, dovrebbe aver appreso la lezione.

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