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Un tema eterno, la corruzione

L’onestà in politica è uno degli aneliti più frequenti. Abbiamo anche avuto personaggi che ci hanno costruito sopra un partito, dal programma tanto ideale quanto fumoso e improbabile. Antonio Di Pietro, per esempio, grazie al Cielo scomparso dall’orizzonte politico, o Beppe Grillo…

Di Gianni Pardo

L’onestà in politica è uno degli aneliti più frequenti. Abbiamo anche avuto personaggi che ci hanno costruito sopra un partito, dal programma tanto ideale quanto fumoso e improbabile. Antonio Di Pietro, per esempio, grazie al Cielo scomparso dall’orizzonte politico,  o Beppe Grillo. Una persona di buon senso si annoia talmente, a sentirli, da “dormire in piedi”, come dicono i francesi.
Naturalmente l’onestà costituisce un dovere e costituirebbe un vantaggio in tutte le sedi e a tutti i livelli. Ma se è per questo anche un clima che permettesse la giusta irrigazione delle colture, i giusti giorni di sole per le vacanze e il resto sarebbe migliore di quello che di fatto abbiamo. Il discorso su “ciò che sarebbe bello” non conduce da nessuna parte.

L’onestà, come è difficile averla nella società, è difficile averla in politica. Per la semplice ragione che la politica è fatta da quelle stesse persone che costituiscono la società. Né si vede perché i politici dovrebbero essere più onesti degli altri, quando proprio loro esercitano un’attività che, a sentire Machiavelli, è essenzialmente aliena dalla morale. Pretendere più onestà da loro sarebbe come pretendere la massima igiene dagli spazzini o la massima fantasia dai geologi.

Chi parla di “debellare una volta per tutte la corruzione” prende in giro il prossimo, se è in malafede, e se è in buona fede è un pericolo per il Paese. Uno sciocco può fare più danni di un delinquente. La corruzione non si debella,  come non si debella la natura umana cui essa inerisce. Tutto ciò che si può fare è limitarla: e non con le maledizioni, gli insulti e le minacce, ma con le proposte concrete.
Quando si parla di proposte, tutti si precipitano a richiedere pene più severe, e già questo è un errore. La repressione di un reato è tanto più efficace quanto più è frequente. Se qualcuno ha l‘abitudine di parcheggiare dove è vietato, e paga un’ammenda ogni anno oppure ogni sei mesi, potrà fare il calcolo che gli conviene. Se invece fosse sanzionato una volta su due, anche con un’ammenda di soli dieci euro, perderebbe la cattiva abitudine. Bisogna intensificare i controlli, non le sanzioni.

Il modo migliore di lottare contro la corruzione – anche se richiede più tempo – è tuttavia quello di cambiare a poco a poco la società, partendo dai banchi di scuola. Qui bisognerebbe sanzionare pesantemente i ragazzini che “copiano” e, invece di sorridere di questi birichini, si dovrebbe dichiarare ad alta voce che sono dei bari e dei disonesti. Non meno di quelli che i loro genitori vorrebbero vedere impiccati. La scuola non deve essere maestra di corruzione.

Bisognerebbe poi sanzionare pesantemente – per esempio togliendogli un mese di stipendio – l’impiegato che lascia il posto di lavoro senza autorizzazione o che dà il cartellino da timbrare a un collega. Il quale dovrebbe essere sanzionato nello stesso modo. E bisognerebbe denunciare per apologia di reato i sindacati che li difendessero. Se i controlli fossero frequenti, nel giro di qualche mese quella scorrettezza diverrebbe “inverosimile”, e nessuno ci riproverebbe.

Gli italiani, quando sono in vena di autoflagellazioni  – e avviene spesso – dicono che loro sono un pugno di disonesti, mentre gli olandesi, mentre i danesi, mentre gli svedesi… Si sbagliano. Se in quei Paesi c’è maggiore correttezza è segno che c’è (stata) una severità tanto maggiore da creare delle buone abitudini.

Questo è naturalmente un programma di lungo respiro e da noi manca la voglia di attuarlo. Ma nondimeno è quello giusto. Se si vuol elevare il livello di moralità di una società bisogna partire da essa, non dalla legislazione. Invece in Italia persistiamo nell’illusione di rendere morale la società con le leggi e infatti ne abbiamo troppe.

Nel mondo dei cittadini normali, dopo che gli invitati se ne sono andati, nessuno conta le posate d’argento. È lo stesso fenomeno – che tanto mi stupiva quando ero bambino – per il quale in tanti Paesi il lattaio lasciava il latte dietro la porta del cliente, e la pila dei giornali era a disposizione dei clienti, i quali poi pagavano la loro copia mettendo gli spiccioli in una cassetta. Sono punti d’arrivo della società. Perfino nella mia città abbiamo in alcuni grandi supermercati casse automatiche, in cui pesiamo e paghiamo la merce senza l’intervento dei cassieri. È questa la direzione giusta, ricordando però che quanto più grande è la somma che si può rubare, tanto più forte è la tentazione.

Per quanto riguarda la corruzione in materia di denaro pubblico, in cui si hanno contemporaneamente grandi somme e scarsa sorveglianza, contro di essa si lotta soprattutto diminuendo le occasioni di malaffare. Cioè privatizzando, in modo da contrapporre al desiderio di rubare quello di non essere derubati. Lo Stato è infatti un’astrazione e chi dovrebbe difenderlo non lo difende come difenderebbe i suoi propri soldi: il senso del dovere è una molla troppo debole per questa funzione. Ecco perché a volte il controllore si associa col ladro: perché ci guadagna pure lui.
Purtroppo il moralismo si accoppia troppo spesso con l’invidia e questa vorrebbe tutto “statale”, in modo che nessuno si arricchisca. E così il serpente si morde la coda. Il moralista (spesso di sinistra) vuole nazionalizzare e così pone le condizioni della corruzione nel momento stesso in cui la stramaledice.

Il problema, per questo, non ha soluzione.
Naturalmente una nazione in cui lo Stato fosse “leggero” non per questo sarebbe del tutto esente da corruzione. Neanche in quello Stato la natura umana cambia. Ma mancando le occasioni la corruzione sarebbe inferiore. Se gli ospedali fossero privati gli sprechi e le ruberie sarebbero impossibili, anche perché l’ospedale rischierebbe di fallire, mentre questo salutare fenomeno non si verifica mai per le imprese statali. Le loro perdite ricadono sempre sulla collettività.

Tutte queste cose sono addirittura banalità, ma l’Italia è un Paese in cui impera una sommaria demagogia. Qui si continua ad invocare l’introduzione dell’ “omicidio stradale”, dimenticando che l’inasprimento delle pene non limita i reati e soprattutto che l’omicidio stradale esiste già, come aggravante specifica dell’omicidio colposo. Ma i giornalisti televisivi leggeranno mai il Codice Penale?