Scoppia il caso Antonio Di Pietro, scontro politico nella maggioranza per la sua auto-candidatura per il ruolo di membro laico del Csm. Ma è lo stesso ex pm a spiegare ad Affaritaliani nel dettaglio la sua posizione. “La mia – spiega Di Pietro – è stata una candidatura personale e spontanea presentando la domanda sul sito della Camera dei Deputati come previsto dalla legge senza chiedere il permesso a nessuno. Non so se qualche gruppo parlamentare possa alla fine essere d’accordo o meno. Io me lo auguro. Mi sono candidato perché penso di avere i titoli professionali per ricoprire il ruolo di componente laico del CSM e quindi da una parte non ho bisogno di essere raccomandato da nessuno e dall’altra tutti quelli che ritengono che io possa fare bene il mio lavoro all’interno di quell’Organismo possono votarmi a prescindere dal partito di appartenenza. La legge prevede che chi ne ha i titoli può proporre la propria candidatura personalmente senza una bandiera politica alle spalle. So che di regola si fa diversamente ma mi pare che il mio modo di fare sia più rispettoso della legge e soprattutto più trasparente. So che qualche gruppo parlamentare ha già espresso la propria disponibilità a valutare la mia candidatura e li ringrazio. Spero -conclude Di Pietro – che possano aggiungersene altri“.
La prima fumata è stata nera. Ma è entrata nel vivo la battaglia per il primo Consiglio superiore della magistratura post referendum. Dopo l’esordio al voto andato volutamente a vuoto sui membri laici, ora si attende che il quorum scenda dai tre quinti dell’Assemblea ai tre quinti dei votanti. E intanto è scontro sui candidati: Forza Italia mette il veto al sostegno da parte di Fratelli d’Italia dell’autocandidatura di Antonio Di Pietro. “Noi non possiamo votare” Antonio Di Pietro al Csm perché “non condividiamo quello che ha fatto è ha dimostrato in concreto una visione della giustizia alternativa alla nostra”. “Non è un fatto personale, intendiamoci: è la sua storia”, ha detto ancora Tajani.
“Incompatibile con il suo ruolo” lo avevano definito martedì i capigruppo azzurri, Enrico Costa e Stefania Craxi che, saputo di un pranzo dell’ex pm con Donzelli avevano lanciato un aut aut: “O Di Pietro fuori o non solo non votiamo lui, ma non chiudiamo alcun accordo“. A giocare la partita ci sono anche le opposizioni che rivendicano con forza il quarto consigliere laico, considerando l’attuale “sette a tre” uno “strappo della maggioranza” da non ripetere.
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