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Politica

Di Gianni Pardo

 

In questi giorni siamo sommersi dai problemi giuridici. Giornali e televisioni si affannano a parlarci di retroattività o irretroattività della legge Severino, di regolamento del Senato, di voto palese e di voto segreto, di imputati per il disastro (economico) dell’Ilva, dell’ipotesi che l’entrata delle Poste Italiane in Alitalia costituisca aiuto di Stato (vietato da Bruxelles), e si potrebbe continuare.

Eppure, anche se l’affermazione può suonare azzardata, tutti questi problemi non sono giuridici. Basta chiedersi: chi lascerebbe che un giovane teppista colpevole di lesioni volontarie sia giudicato da un magistrato che è suo padre? Qui si rischierebbe lo scandalo sia se il giudice assolve il giovinastro sia se lo condanna: perché nessuno crederebbe alla serenità del giudizio. Naturalmente il problema non è meno giuridico soltanto perché c’è un vincolo d’affetto fra giudicante e giudicato: ma è nozione comune che non si può avere una giustizia equanime quando l’influenza dell’affettività è soverchiante. Ciò dimostra dunque che la prima qualità del giudice non è la sua competenza giuridica ma la sua indifferenza al contenuto del procedimento, il suo totale disinteresse nella vicenda, il suo essere terzo affettivamente ed effettivamente.

La figura del giudice, del resto, non è nata in altro modo: le parti la vedono bianca o nera, secondo che a loro convenga; per questo si rivolgono a qualcuno che non è coinvolto nella vicenda, nella speranza di avere un giudizio più obiettivo. E ciò malgrado i padri del diritto non si facevano illusioni: il giudice romano non si proclamava altezzosamente sicuro interprete della Giustizia, si limitava ad esprimere come la pensava, ciò che “sentiva”, e la parola “sentenza” ha proprio questa origine.

Ogni volta che chi giudica è affettivamente implicato nella controversia, la sua opinione è soltanto un’opinione, priva di valore giuridico. E ciò vale per i giornalisti, i giuristi, i moralisti e perfino per i magistrati e la gente comune. Nessuno oserebbe sostenere che un avvocato  sia imparziale, ed è giusto che sia così. Sin dal primo momento in cui si occupa di un procedimento, il professionista lo vede nell’ottica predeterminata: il difensore nota tutto ciò che può essere utile all’imputato, l’accusatore tutto ciò che può sostenere la colpevolezza. E dopo un po’ di tempo questo punto di vista diviene così appassionatamente esclusivo, che in Corte d’Assise si possono vedere avvocati che perorano la causa del proprio assistito con fervente sincerità, fino a sudare, a scalmanarsi, a spendersi con totale dedizione.

Ecco perché la discussione sugli argomenti indicati all’inizio è stucchevole. In qualunque problema giuridico che riguardi Silvio Berlusconi alcuni diranno che ha ragione, comunque, anche se ha torto marcio, altri diranno che ha torto, comunque, anche se ha evidentemente ragione. Lo stesso vale per le discussioni in Parlamento. In tutti questi casi la decisione non è “giuridica”: dipende esclusivamente dalla forza. Nei processi normali questa forza è data dal potere dei giudici, in Parlamento dai numeri dalla maggioranza.

Ma Berlusconi è solo un caso fra gli altri. In Puglia sono state rinviate a giudizio cinquantatré persone perché hanno fatto di tutto per mantenere la produzione dell’Ilva, per quanto inquinante. Fra gli accusati c’è il Governatore Nichi Vendola, colpevole, secondo i notiziari, di avere solo sbottato (in un’intercettazione, ancora una!) che avrebbe amato mandare al diavolo chi scriveva relazioni troppo severe. E questa frase vorrebbero chiamarla concussione. Se le cose stanno così, siamo alla caccia alle streghe. Magari questa affermazione è infondata e temeraria; magari quei magistrati hanno ragione fino all’ultima virgola delle loro carte, ma il fatto che il problema abbia risvolti politici ed ideologici (come l’ecologismo fanatico) fa sì che non si possa arrivare ad una conclusione giuridicamente fondata. Il problema non è “giuridico”. E questo purtroppo vale anche per molte decisioni della Corte Costituzionale. Non si finirebbe mai.

Per tutte queste ragioni l’invadenza della magistratura è insopportabile. Ogni volta che un problema non è socialmente indifferente, la pretesa di agire in nome di un astratto diritto non è credibile. E la decisione del magistrato può essere vista come l’imposizione di un punto di vista indebitamento fornito di potere coercitivo.

Beati quei Paesi che non hanno bisogno di eroi, è stato detto. Ma beati anche quelli che non hanno magistrati che intervengono nella politica. Salvo casi eccezionalissimi, il loro intervento danneggia sia la politica sia l’amministrazione della giustizia.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it

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