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Di Rubba (Lega): “La battaglia contro il Green Deal arriva a Pontida. Bruxelles non spegnerà i nostri motori”

Intervista ad Alberto Di Rubba, deputato e responsabile Automotive della Lega: “Matteo Salvini è stato tra i primi a denunciare i rischi del Green Deal. Serve un’Europa che torni a produrre e a difendere imprese e lavoro”

Di Rubba (Lega): “La battaglia contro il Green Deal arriva a Pontida. Bruxelles non spegnerà i nostri motori”
Foto presa dal video YouTube ‘Impresa e passione politica: pragmatismo, giovani e fiducia in Salvini | Alberto Di Rubba’ del canale ilSussidiario TV

Automotive, l’attacco di Di Rubba: “Von der Leyen si dimetta. La crisi è colpa delle scelte ideologiche dell’Europa”

Onorevole Di Rubba, l’automotive europeo continua a vivere una fase particolarmente delicata. Qual è oggi la situazione e quali sono, secondo lei, le responsabilità della politica europea?

“Ormai non siamo più davanti a qualche segnale d’allarme: siamo davanti a una crisi industriale che riguarda l’Italia e l’intera Europa. E sarebbe troppo semplice attribuire tutte le responsabilità soltanto a Bruxelles. Pensiamo a Stellantis. Per anni la Lega ha sostenuto la necessità di difendere gli stabilimenti italiani, il lavoro e la neutralità tecnologica, mentre il gruppo aderiva a strategie fortemente legate agli obiettivi europei di elettrificazione e contemporaneamente delocalizzava parte delle produzioni all’estero.

Nel frattempo abbiamo assistito a una progressiva riduzione della produzione e dell’occupazione nel nostro Paese. E tutto questo è avvenuto nonostante le rassicurazioni che i vertici di Stellantis hanno più volte fornito anche davanti al Parlamento sul futuro degli stabilimenti, degli investimenti e dell’occupazione nel nostro Paese. Rassicurazioni che oggi si scontrano con una realtà ben diversa: produzione in calo, stabilimenti che si fermano e lavoratori sempre più preoccupati. A questo punto non bastano più le parole: Stellantis deve dare risposte chiare e assumersi le proprie responsabilità. E non è soltanto un problema italiano.

Volkswagen, simbolo dell’industria automobilistica europea, è arrivata a discutere del futuro di alcuni dei propri stabilimenti in Germania. Contemporaneamente in queste ore Il Sole 24 Ore ha raccontato come i grandi produttori cinesi stiano accelerando e guardino proprio agli stabilimenti europei per produrre direttamente nel nostro continente. Questo è il paradosso che denunciamo da anni: mentre l’industria europea arretra, quella cinese avanza. La Cina ha protetto la propria industria, l’ha sostenuta e l’ha resa competitiva. Bruxelles ha invece imposto alle nostre imprese tempi, divieti e scadenze ideologiche e alcune grandi case automobilistiche hanno scelto di inseguire quella strategia.

Adesso ne vediamo le conseguenze. Matteo Salvini è stato tra i primi a denunciare il Green Deal e a dire chiaramente che questa strada avrebbe rischiato di mettere in ginocchio l’industria europea. Quando farlo non era conveniente e quando chi metteva in discussione quel modello veniva accusato di essere contro l’ambiente e contro il futuro. Oggi molti di quelli che ci criticavano stanno cambiando posizione. Ursula Von der Leyen dovrebbe spiegare come sia possibile che l’Europa, che ha fatto grande l’automobile, oggi metta in difficoltà i propri stabilimenti mentre i produttori cinesi avanzano sul nostro mercato”.

Quindi secondo lei il problema va oltre il settore dell’automobile e riguarda più in generale il modello europeo?

“Assolutamente sì. L’automotive è forse l’esempio più evidente di un problema molto più grande: un’Europa che troppo spesso pretende di decidere tutto dall’alto senza ascoltare territori, imprese e cittadini. Anche quello che è accaduto pochi giorni fa in Islanda dovrebbe far riflettere seriamente Bruxelles: il 52,8% degli islandesi ha detto no alla riapertura dei negoziati per entrare nell’Unione europea. È un segnale politico che non liquiderei con superficialità. Quando un Paese europeo guarda all’Unione e decide di restarne fuori, la domanda che dovrebbe farsi Bruxelles non è che cosa non abbiano capito gli islandesi, ma che cosa abbia sbagliato l’Europa.

Questa Europa ha fallito e va profondamente riformata. Ha fallito sull’immigrazione, ha indebolito la propria industria e ha fatto perdere competitività alle nostre imprese. Ma il vento sta cambiando e Bruxelles farebbe bene ad accorgersene. In Francia Marine Le Pen e il Rassemblement National rappresentano ormai una forza centrale, mentre in Germania AfD continua a crescere.

Le prossime elezioni in Francia e Germania saranno un passaggio importante: sempre più cittadini chiedono un’Europa diversa, che difenda i propri confini, la propria industria, il lavoro e restituisca agli Stati la libertà di decidere sul proprio futuro. Serve un’Europa che torni a occuparsi di crescita, industria, sicurezza e competitività e che lasci agli Stati e ai territori ciò che possono decidere meglio autonomamente. Matteo Salvini e la Lega lo sostengono da anni. Per anni qualcuno ci ha descritto semplicemente come quelli che dicevano no a Bruxelles.

Oggi molte delle battaglie che abbiamo condotto in solitudine sono diventate questioni centrali nel dibattito europeo. Sul Green Deal, sull’automotive, sull’immigrazione, sulla necessità di difendere la produzione europea: alla fine la realtà presenta sempre il conto all’ideologia. Ed è proprio per questo che non mi capacito di come Ursula von der Leyen, dopo i fallimenti delle politiche europee che ha guidato, dall’automotive all’immigrazione, continui a non assumersene la responsabilità. Quando una linea politica produce questi risultati bisogna avere il coraggio di prenderne atto, assumersi le proprie responsabilità e dimettersi”.

La Lega ha fatto dell’automotive una delle proprie battaglie politiche. Quali sono concretamente le vostre priorità?

“La priorità è molto semplice: tornare a produrre in Italia e in Europa, difendere i posti di lavoro e restituire libertà alle imprese e ai cittadini. Non possiamo accettare un modello che mette in difficoltà i nostri stabilimenti, ci fa perdere competenze e occupazione e, contemporaneamente, spalanca il mercato europeo a chi ha costruito la propria forza industriale facendo esattamente il contrario di ciò che Bruxelles ha imposto a noi. Questa non è transizione ecologica. È dipendenza industriale.

La transizione deve accompagnare l’industria e l’innovazione, non distruggere ciò che abbiamo costruito. Perché quella dell’automotive non è soltanto una battaglia industriale, è anche una grande battaglia sociale. Dietro questo settore ci sono lavoratori, concessionari, officine, artigiani, componentistica e migliaia di piccole e medie imprese. E ci sono milioni di italiani che ogni giorno utilizzano l’auto o la moto per andare a lavorare. La politica europea deve tornare a partire dalla loro vita reale, non dalle scrivanie di Bruxelles”.

Quella dell’automotive sarà una battaglia che porterete anche a Pontida?

“Assolutamente sì. Domenica 20 settembre a Pontida porteremo anche questa battaglia, insieme alle realtà e alle associazioni che in questi anni si sono mobilitate contro divieti assurdi e provvedimenti ideologici. Avremo un gazebo dedicato all’Automotive, dove racconteremo concretamente le nostre proposte e cosa significa per noi difendere la libertà di muoversi e il Made in Italy. Parleremo di neutralità tecnologica, difesa dei motori, Vespa e veicoli storici, battaglie contro i blocchi alla circolazione e, soprattutto, del futuro dell’industria automobilistica italiana ed europea. Ma Pontida non sarà soltanto il luogo in cui presentare le nostre proposte.

Vogliamo lanciare un messaggio politico chiaro: la Lega è nata per difendere territori, imprese e lavoro e oggi una parte fondamentale di questa battaglia si combatte a Bruxelles. Da Pontida torneremo a chiedere un’Europa diversa: un’Europa che torni a produrre, che protegga il lavoro e le proprie imprese e che smetta di sacrificare la propria industria sull’altare dell’ideologia di Ursula Von der Leyen. Non permetteremo mai a Bruxelles di spegnere i nostri motori”.

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