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Elezioni 2018: alle urne più donne, ma i programmi non si tingono di rosa

Donne al voto, non sirene ma concretezza

Uguaglianza di genere? Raggiunta e superata guardando al dato numerico delle elettrici. Domenica 4 marzo saranno ben 24.174.723 le donne chiamate al voto per il rinnovo della Camera dei Deputati contro i 22.430.202 uomini (lo stesso vantaggio si mantiene anche al Senato per il quale voteranno, potenzialmente, 20.509.631 maschi e 22.361.797 femmine). E chissà se il Parlamento della 18esima legislatura batterà il precedente quanto a presenza di donne a Montecitorio e a Palazzo Madama. Queste sono cifre che possono appassionare gli statistical editor o i recenti cultori del fact checking ma di qui a dire che questi numeri e questa fotografia rappresentano un vittoria per le donne ed una seria e meritata considerazione del loro peso e ruolo all’interno del nostro consorzio nazionale, beh allora è tutta un’altra cosa.

Siamo ad un passo dalle elezioni e a poco più di un passo dell’8 marzo quando retorica e mimosa si sprecheranno. A fare dichiarazioni roboanti saranno ancora i vecchi politici o i testimonial di rito perché, a quella data, la proclamazione degli eletti non sarà ancora avvenuta. Ma fermiamoci alla prima data, a quando io e le mie oltre 24 milioni colleghe di genere andremo al seggio. Tra noi ci sono quelle che si appassionano a temi come conciliazione lavoro/famiglia, smart working, congedi parentali, gender pay gap (tradotto, a parità di lavoro le donne guadagnano sempre meno), #metoo e, con tutta probabilità, sono quelle che alle urne si presentano più preparate o, perlomeno, più consapevoli.

E tra loro ci sono sicuramente quelle cui non sfuggono gli obiettivi dell’agenda di Lisbona per il 2010, sì 2010: in Italia occupazione femminile (media) al 60%. E quanto siamo lontani (49%) pur con i recenti piccoli miglioramenti… Ma non sono certo 24 milioni… Ci sono le anziane (e anche qui in superiorità numerica rispetto ai maschi per una speranza di vita maggiore), le giovanissime che in larga parte rifuggono dalla politica e non ne conoscono il funzionamento (rifuggono anche dalla educazione civica, laddove insegnata), le disoccupate perché oggetto di condizionamento familiare in tema di studio, prima, e lavoro extradomestico poi. Uno spaccato infelice del nostro Paese che si può anche negare ma che esiste.

Così come non sono una elaborazione della fantasia le ragazze che non ascoltano l’orologio biologico perché prive di un’occupazione che dia stipendio e dignità oppure quelle che il tic tac della maternità lo hanno interiorizzato e sono poi entrate nella schiera, folta, delle disoccupate di ritorno perché dopo il primo figlio quasi una donna su 4 si dimette. Perché i servizi all’infanzia, leggi nidi, sono pochissimi in Italia, circa 10 mila – tra pubblici e privati – e largamente insufficienti anche in un periodo di bassa natalità.

Ecco, questa premessa per dire che domenica le donne quando voteranno (auspicando che ci vadano davvero in massa e non conquistino il primato degli assenteisti), di fronte alle previsioni di maggioranze impossibili o di governi non operativi, abbiano uno scatto d’orgoglio e si orientino verso chi con chiarezza e senza giri di parole avrà risposto, almeno programmaticamente, alle loro richieste, molto sentite anche se spesso inespresse. Da nonna e mamma guardo al futuro, non tanto mio ma delle generazioni più giovani. A quella dei nostri figli, spesso vittime del precariato occupazionale, a cui dobbiamo offrire lavoro vero, che dia soddisfazione personale ed economica (binomio essenziale per benessere ed equilibiro) e che li renda pars construens della società, e non promettere reddito di cittadinanza, una versione riveduta e corretta di quegli assegni di invalidità elargiti copiosamente in un tempo passato nelle zone più arretrate per compensare una sotto/disoccupazione endemica.

E guardo con affettuosa apprensione anche ai nostri nipoti(ni) che per essere cittadini di un mondo “ristretto”, con minori confini, devono essere adeguatamente preparati sotto il profilo sia didattico/culturale sia sociale. Una missione in cui la scuola deve avere un ruolo guida, essere una scuola buona, dove l’alunno approfondisca discipline e non rifugga dalle nozioni né, tantomeno, dal rispetto verso i docenti. Docenti che, dal canto loro, devono essere esempio di buona condotta, di equilibrio, non fomentando mai quella materia duttile che sono i ragazzi nelle loro mani.

Da donna, infine, più che auspicare esigo che chi ci governerà non dimentichi mai quante, troppe, di noi a casa nostra e ad ogni latitudine sono vittime di gesti violenti ed efferati ma spesso anche di violazioni meno eclatanti della dignità, che non raggiungono la cassa di risonanza dei media ma vengono soffocate. Siamo la maggioranza numerica noi donne. Con uno sforzo di riflessione e di coesione la politica, che spesso non ci piace, possiamo indirizzarla, se non addirittura condizionarla. Credendoci, facendo sentire la nostra voce nel segreto dell’urna. Il piagnisteo solitario nel corridoio non serve. Mai. A nessuno.