A notte fonda il silenzio cala a destra e a sinistra: il giorno dopo il voto è una disfatta totale per i big di lungo corso. I collegi uninominali sono quasi tutti perduti. Il Movimento 5 Stelle in Puglia vince 7 a 1 al Senato. Il centrosinistra perde pesantemente, perdono anche gli scissionisti. E’ la disfatta del renzismo, è vero, ma si sapeva già che era solo una questione di tempo. Il messaggio del popolo italiano era stato recapitato in occasione del referendum. Matteo Renzi ha insistito: ha messo al governo Gentiloni facendo finta di niente, poi ha lasciato che il partito si spaccasse in due. Oggi, nelle prime proiezioni, la nemesi: il Pd sprofonda al 18 per cento (19 nelle prime proiezioni della Camera). Peggio non poteva andare per i dem. La viceministra Bellanova viene asfaltata dagli avversari nel collegio uninominale senatoriale leccese. Perdono quasi tutti i big di centrodestra e di centrosinistra nel leccese. Liberi e Uguali superano la soglia del tre per cento, ma rischiano tanto. I grandi vincitori sono gli attivisti del Movimento 5 Stelle, che nelle prime proiezioni superano il 32 per cento. Solo la Lega tiene testa al nord e riesce a fare un buon risultato anche al sud. Alessandro Di Battista lancia il suo avvertimento: “Adesso dovranno passare tutti da noi. Un’apoteosi. Tutti quanti dovranno venire a parlare con noi, utilizzando i nostri metodi di trasparenza, correttezza, credibilità. E questo avverrà nelle prossime settimane”.
L’altro dato che segna un cambiamento epocale è il sorpasso della Lega nei confronti di Forza Italia: il 17.3 per cento incorona Salvini leader del centrodestra, mentre il 14.1% segna una débacle per i forzisti. La Lega prende voti al sud, nei quartieri romani, nei piccoli paesini del Salento. Per chi si occupa di politica nessuna sorpresa. C’era una profondo risentimento nei confronti del governo e degli esponenti politici di lungo corso. Di Maio e Salvini hanno rappresentato lo schiaffo da dare ai vecchi schemi della politica, tanto che qualcuno degli analisti politici ipotizza già in nottata un governo M5S-Lega: impresa non facile considerando il fatto che i pentastellati non hanno nessuna voglia di scendere a compromessi. Il centrodestra non ha i numeri per fare da solo, a meno che non voglia fare un improbabile patto del Nazareno bis. L’altro dato che colpisce tantissimo e che è destinato a influire sulle leadership pugliesi è la disfatta totale di Raffaele Fitto: i dati parlano dell’uno per cento. Anche la sua terza creatura, Noi con l’Italia, non ha avuto nessun appeal sugli italiani. Fitto ha dato vita a un’accozzaglia di big in declino e in cerca di gloria, che non poteva che sperare nel 3 per cento. Lupi a tarda notte ammette lo sbaglio: la sconfitta è clamorosa in Sicilia e in Puglia. I sondaggi avevano ragione.
I fittiani non hanno visto il 3 per cento nemmeno da lontano. Eppure, era chiaro che dopo aver perso tutti quegli uomini Fitto non poteva andare lontano. Bloccato all’uno per cento, dopo che in campagna elettorale l’ex ministro andava proclamando un utopistico 6 per cento, che non è mai arrivato. L’abbraccio con Berlusconi gli è stato fatale, come per Fini fatale fu l’abbraccio e poi l’abbandono. Raffaele Fitto potrebbe restare fuori dal Parlamento e ancora dentro, anche se per poco, al Parlamento europeo. I suoi sogni di gloria e di leadership nazionale si sono infranti contro uno scudocrociato, sempre meno crociato dagli elettori a livello nazionale. Forse Roberto Marti, ex braccio destro fittiano fuggito nelle braccia di Salvini, aveva ragione quando voleva traghettare i fittiani nella Lega: si trattò di realismo politico.

