Energia fuori controllo, governo in ritardo
C’è una frase che torna sempre nei momenti di crisi: «È solo un aumento temporaneo». È la stessa che abbiamo sentito sul gas, sulla luce, sulla benzina. Ed è la stessa che oggi non regge più. I numeri, quelli veri, raccontano altro.
Le bollette stanno tornando a correre: +15% per il gas e fino al +10% per l’elettricità già nel secondo trimestre 2026. Per milioni di utenti vulnerabili, la luce sale ancora: +8,1%. Non è un rimbalzo. È una nuova ondata. E mentre le famiglie provano a tenere insieme i conti, il pieno diventa un lusso: diesel oltre i 2 euro al litro, benzina stabilmente sopra 1,75. Tradotto: centinaia di euro in più all’anno, anche oltre 400 euro solo per i carburanti.
Il punto è semplice. E brutale. Se salta il taglio delle accise, salta tutto. Perché il carburante non è solo un costo: è la spina dorsale dell’economia italiana. L’80% delle merci viaggia su gomma. Ogni centesimo in più al distributore finisce, qualche settimana dopo, nello scontrino del supermercato. È matematica, non ideologia.
E infatti i segnali ci sono già: inflazione all’1,7%, carrello della spesa al +2,2%. Ancora contenuta, certo. Ma con una dinamica chiara: energia → trasporti → prezzi. E poi salari. E poi di nuovo prezzi. Il classico circolo vizioso.
Il governo lo sa. Tant’è che si parla di prorogare il taglio delle accise con un intervento da almeno 500 milioni di euro. Ma siamo già oltre il punto in cui basta “prorogare”. Serve una scelta politica, netta. Perché qui non si tratta più di tamponare: si tratta di evitare che l’Italia entri in una seconda stagione inflattiva, silenziosa ma corrosiva. Quella che non fa titoli, ma svuota i conti correnti mese dopo mese.
E allora la domanda è una sola: cosa sta aspettando il governo? Continuare con misure a tempo è come mettere cerotti su una diga che perde. Servono interventi strutturali: fiscalità energetica, revisione dell’IVA, controllo della filiera. Tutto il resto è gestione dell’emergenza, non governo del problema.
E poi c’è un tema che nessuno vuole dire ad alta voce: la politica estera. Perché mentre l’Europa cerca di ridurre la dipendenza energetica e stabilizzare i prezzi, noi restiamo incollati a una linea che appare sempre più fragile. L’abbraccio con Donald Trump rischia di diventare un vincolo, non una leva. Parliamoci chiaro: oggi è un fattore di instabilità, non di equilibrio. Ogni mossa, ogni dichiarazione, ogni tensione internazionale alimenta volatilità sui mercati energetici. E noi la paghiamo alla pompa. E in bolletta.
Continuare a seguirlo senza margine di autonomia è un errore strategico. L’Italia ha bisogno di pragmatismo, non di fedeltà ideologiche. Di difendere famiglie e imprese, non equilibri geopolitici altrui. Perché alla fine la verità è sempre la stessa: quando la politica sbaglia linea, il conto non arriva a Palazzo Chigi. Arriva a casa, ogni mese, in silenzio.

