La scelta del nuovo ministro degli Esteri in sostituzione di Federica Mogherini, dimessasi dal Parlamento per dedicarsi alla funzione di Alto rappresentate per la Politica estera e Sicurezza Ue, come si è rilevata urgente in vista dell’insediamento della Commissione europea nei prossimi giorni, così mostra come si sia arrivati ad affrontare la decisione all’ultimo momento, trafelati. Il che è spia di poca comunicazione, scarsa condivisione delle conoscenze e della informazioni e rigidità sulle proprie posizioni.
La politica fatta di cliché ha dei limiti. Il volere mantenere a tutti i costi la parità di genere può essere controproducente. In una società ingessata una dosa di affirmative action serve, ma prima di tutto occorre merito. Le quote (che siano rosa, gialle, grigie, viola e via discorrendo) indeboliscono la democrazia e l’economia.
A certi livelli il mondo contemporaneo richiede iper competenza. Ma in una logica per così dire di lean production (secondo cui ciò che conta è il processo mentre la singola funzione è sostituibile) applicata metaforicamente alla politica, le organizzazioni sono piene di persone il cui profilo sostanzialmente mediocre viene amplificato e potenziato da una formazione (fatta di corsi di autoconsapevolezza, comunicazione, leadership e via dicendo) che mira all’affermazione, all’auto-sopravvivenza più che alla qualità. E forse è meglio così.
Il ministro degli Esteri ha sul tavolo dossier delicatissimi: Ucraina, Libia, Medio Oriente. Forse il caso più difficile è quello dei due fucilieri di marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti in India. Un Paese che guarda alla risoluzione del caso facendosi troppo condizionare dal consenso, dalla pancia e dagli umori di un popolo (e basti dire che vige in tanta parte di esso ancora la mentalità primitiva del sistema delle caste…). E’ evidente che sono necessarie competenze particolari.
Dall’altra parte, come ha ricordato Giorgio Napolitano nei giorni scorsi, la politica in Europa tendono a farla i capi di Governo e i capi di Stato. Se per certi versi questa tendenza è inevitabile, c’è il rischio di ingigantire il fenomeno della personalizzazione della politica e del venir meno al principio della capacità di delega. Imporre i propri ministri sulla base della proprie empatie passate e presenti o sul timore che la propria stella perda di luminosità non giova.
Ernesto Vergani
