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Politica

FI chiede le "dimissioni da parte del ministro Saccomanni. Non era lui l'uomo della Provvidenza, l'uomo di Napolitano, l'uomo di Draghi, l'uomo che rassicurava i mercati, l'uomo che avrebbe ridato credibilita' all'Italia e riportato il nostro Paese su un sentiero virtuoso di crescita? Evidentemente no, tutt'altro", dice Renato Brunetta. Il presidente dei deputati FI rileva infatti che "il richiamo sul debito pubblico italiano da parte della Commissione europea non giunge nuovo oggi: gia' lo scorso 15 novembre, in sede di valutazione della Legge di stabilita', la Commissione aveva chiesto al governo Letta di fare maggiori sforzi per garantire un calo del debito in linea con gli impegni europei. A questo, il presidente del Consiglio e il ministro dell'Economia e delle finanze avevano risposto con due mega conferenze stampa di lancio: l'una della Spending review, l'altra di un grande, si fa per dire, piano di privatizzazioni".

"A quanto pare non e' bastato, se il commissario Rehn ha commentato che la Spending review sara' valutata positivamente non sulle intenzioni, ma solo se produrra' effetti concreti gia' nei primi mesi del 2014, cosa alquanto improbabile. E, anche con riferimento alle privatizzazioni, secondo il commissario, il contributo alla riduzione del debito pubblico sara' minimo", dice ancora. "Povero Saccomanni. Ieri lo abbiamo definito ineffabile e ridicolo per le sue dichiarazioni sul governo che 'va avanti con il programma', quale?, e sui ' passi avanti' del nostro debito pubblico. Ci chiedevamo: passi avanti nel senso che aumenta? Pensavamo finisse qui. Invece, come per ogni dichiarazione del ministro che si rispetti, e' subito arrivata un'altra doccia fredda. Per il commissario agli affari economici e monetari dell'Unione europea, Olli Rehn, l'Italia non sta rispettando il ritmo di riduzione del debito previsto dal Fiscal Compact e dal Six Pack . L'esatto contrario di quanto sostiene Saccomanni. Ma c'e' di piu': proprio per questa dinamica in aumento del debito pubblico - conclude Brunetta - il nostro Paese non potra' beneficiare della clausola di flessibilita' per gli investimenti produttivi nonostante rispetti l'altro vincolo di bilancio: il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil".

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