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Politica
Fioroni (Pd): "L'astensione è un problema reale"

Di Giuseppe Fioroni *

Abbiamo il dovere di leggere dietro i numeri impressionanti dell'astensionismo se a prevalere domenica scorsa è stato più il disincanto che la protesta, oppure l'intreccio di tante ragioni diverse e contraddittorie che infine, nello spaesamento di questo lungo ciclo di depressione economica, accrescono l'insofferenza verso il mondo politico in generale.

L'importante è cogliere con umiltà i segni del grande disagio attuale e guardare ad occhi aperti la dura realtà del Paese. Anche noi, forti della leadership di Matteo Renzi e delle sue indubbie capacità, dobbiamo indagare le cause di un ripiegamento del nostro elettorato potenziale. Alle europee non è stato così: abbiamo vinto perché molti concittadini, stanchi della stagione berlusconiana, hanno preferito investire sul Pd piuttosto che rifugiarsi nell'astensione. Stavolta, specialmente in Emilia Romagna, il successo decretato dalle percentuali non equivale a quello dei voti effettivi. Perché l'astensionismo ha punito anche noi? Sicuramente come a Perugia, a Livorno e in tanti altri centri si evidenzia l'esaurimento di un modello di governo di sinistra, evidentemente qui non basta più voltare pagina ma serve cambiare libro. E noi dobbiamo avere questo coraggio.

Il problema, a mio avviso, sta nell'evitare la percezione di instabilità che avvolge un partito che deve organizzare il cambiamento e al tempo stesso trova forti resistenze per uscire dagli schemi del passato. Benché non abbia nascosto le mie riserve, oggi mi permetto di far notare che l'adesione alla famiglia dei socialisti europei è difficile da legittimare al cospetto di molti elettori, lontani per tradizione o sensibilità personale dall'universo ideologico del socialismo, mentre sono pronti a scegliere un partito capace di esaltare e irrobustire il contributo di una nuova cultura di tipo riformatrice, aldilà degli steccati del Novecento.

Usare un linguaggio più smart e innovativo richiede di evitare l'accostamento ad ideologie vecchie e consumate dal tempo che rischia di farci sprecare il credito finora ricevuto. Anche solo il ricambio di classe dirigente si rivela improduttivo se sconta, alla fine, l'inganno sottile di una continuità di storie, apparati e consuetudini. Insieme ai candidati occorre spingere per cambiare il modello e forse anche la natura del partito, senza trasformismi. Rimanere nel guado tra mitologia della sinistra e partito della nazione rischia di comportare il progressivo decremento della magia che ha premiato il carisma della giovane leadership democratica.

Noto per altro che neppure più Moro, per tacere del "padre della patria" De Gasperi, sembra trovare accoglienza nel pantheon del nostro partito. Questo lo considero un aspetto fortemente negativo, in qualche misura inaccettabile. È vero, gli italiani sono interessati a sapere non chi onoriamo, ma cosa proponiamo. Temo però che una rappresentazione errata e parziale riduca la credibilità di un impianto politico neo-riformista. Sono utili le politiche anticrisi del governo, ma dobbiamo trovare la giusta sintesi tra programmi e alleanze per evitare che l'alternativa venga giocata contro di noi.
Il coraggio va incrementato con forza sia con le parole che nei fatti. E oggi il coraggio sta nella chiarezza di una proposta politica in linea con il sentimento profondo della nazione che svolga un forte ruolo di attrazione ed aggregazione che nulla a che vedere con il riproporsi di una idea neocentrista.
Vinciamo, ma non convinciamo in Emilia Romagna. In questo dato delle regionali è dunque necessario cogliere, nella volontà di chi ha usato e anche di chi ha rifiutato l'arma democratica della scheda elettorale, il bisogno di un ricentramento della strategia per la rinascita della nazione. Questo obiettivo richiede coerenza e serietà, anche a costo di pagare prezzi. Si deve andare avanti e per questo bisogna non rischiare di rimanere immersi nelle nebbie della indecisione.

* leader dei Popolari del Pd

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