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Politica


Il senso del libro si capisce dal titolo: 'Ammazziamo il gattopardo'. Alan Friedman, giornalista statunitense che ha scelto di vivere in Italia, ritiene che per cambiare sul serio il nostro Paese debba cambiare testa e cioè debba ammazzare il gattopardo. Per evitare la rovina o il declino inarrestabile c'è una sola strada: sconfiggere quella conservazione che da decenni è disposta a cambiare tutto perché nulla cambi. Da qui quasi 300 pagine scoppiettanti. Il giornalista con la voce di Ollio, attraverso conversazioni con i protagonisti dell'economia e dalla politica, da cinque ex presidenti del Consiglio (Giuliano Amato, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Massimo D'Alema, Mario Monti) a Matteo Renzi, l'uomo nuovo che potrebbe segnare la discontinuità, fa luce su retroscena che nessuno ha finora raccontato.

L'obiettivo più grosso è Giorgio Napolitano, che secondo l'analisi di Friedman è il vero elemento di freno ad ogni cambiamento. Ed è proprio intorno al Quirinale e alle sue "forzature" istituzionali, cominciate con la sostituzione di Silvio Berlusconi con il rettore della Bocconi Mario Monti e proseguite con la nomina di Enrico Letta premier e con l'inedito secondo mandato sul Colle, che è centrato il grande affresco friedmaniano. Molti i succosi retroscena, dai contatti prematuri di Napolitano con Monti, quando ancora lo spread era tranquillo nella tarda primavera del 2011, al piano Passera per rilanciare l'Italia, alle confidenze dello stesso Passera che racconta di un Mario Monti geloso di lui e della sua visibilità, che gli intimò di non andare più in tv, al capitolo più succulento, il quarto, intitolato 'il giorno più lungo di Romano Prodi'. In questo capitolo ci sono i retroscena di due vicende in qualche modo collegate che faranno scalpore. Il primo è il virgolettato di Romano Prodi che attribuisce esplicitamente a Massimo D'Alema e ai suoi uomini la sua bocciatura in Parlamento alla carica di presidente della Repubblica.

Friedman scrive così: poi viene la telefonata con Massimo D'Alema, Prodi la ricorda senza esitazioni: "D'Alema mi esprime invece una forte e chiara perplessità. Come sempre accade in questi casi, non viene mai sollevato un problema di merito ma di metodo. Mi dice infatti che le candidature per ruoli così importanti vanno 'preparate' e vanno discusse. Capisco perfettamente la cosa. Telefono a Flavia e le dico che può essere del tutto tranquilla, che non avrò i voti".

Insisto con Prodi perché mi spieghi meglio quella telefonata, in altre parole: "D'Alema mi ha detto: 'Benissimo, tuttavia decisioni così importanti dovrebbero essere prese coinvolgendo i massimi dirigenti'. Cioè facendone una questione di metodo. E quando ho sentito questo ho messo giù il telefono, ho chiamato mia moglie e le ho detto: 'Flavia, vai pure alla tua riunione perché di sicuro Presidente non divento'". Da Bologna Flavia Prodi capisce subito, mormora qualche parole affettuosa al marito e lasciando perdere l'idea di prendere un treno per Roma, va alla sua riunione scientifica alla biblioteca del'istituto linguistico. Dopo la telefonata con D'Alema Prodi non ha dubbi. D'Alema, usando una tecnica prediletta dai vecchi apparatčik del Pci, facendone una questione di metodo, di regole, di studi, dirigenti e comitati, ha consegnato il suo messaggio. E infatti Prodi fu bocciato.

Scrive ancora Friedman: gli esponenti di Scelta Civica hanno votato in 78 per la Cancellieri, il Pdl non si è presentato e Prodi è finito con 101 voti in meno, lontano dai 504 voti necessari per vincere. Ha preso 395 voti, che significa 101 franchi tiratori tra le sue fila. Visto che Pd più Sel disponevano di 496 voti. Rodotà ha preso ancora 231 voti, grazie al M5S, e Massimo D'Alema, sì proprio lui, si è beccato 15 voti. Abbastanza per un piccolo viaggio sentimentale attorno al suo ego.

Il commento di Prodi: "Alla votazione ne sono mancati 101, anzi secondo me di più, perché qualche voto dall'esterno l'ho avuto. Insomma, sono convinto che l'ho avuto, quindi a mio parere ne sono mancati tra i 115 e i 120 da parte del Partito Democratico".

Già, ma Scelta Civica? Votò Cancellieri. Ma come vi si giunse? Perché Mario Monti mandò a quel paese il suo punto di riferimento in Europa ai tempi della presidenza della Commissione quando il professore era commissario e i due marciavano a braccetto? Anche su questo Prodi vuota il sacco. E rivela particolari che mettono in cattiva luce un parlamentare milanese, Gregorio Gitti, transfuga del Pd, avvocato e genero di Giovanni Bazoli, divenuto uno degli uomini di fiducia di Mario Monti. Anche sulla telefonata a Mario Monti Prodi è ricco di particolari, ecco il suo racconto.

"Monti mi ha detto: 'I nostri rapporti sono ottimi ma non posso votarti perché sei divisivo'. Mi ha confermato il voto contrario del suo gruppo perché la mia candidatura risultava divisiva e contro le necessarie intese con Berlusconi". Ma a Roma, durante la telefonata con Prodi ci sono assieme a Monti alla Camera, un deputato, un collaboratore, quasi un braccio destro di nome Gregorio Gitti e una signora che lavorava per Monti. Mentre rievoca la conversazione, Romano Prodi non critica Monti, non si scandalizza del mancato appoggio del suo ex collega di Bruxelles. Però ricorda un altro fatto: "Poi c'è stato un sms di un suo collaboratore, un po' strano che diceva: 'Ma devi offrire a Mario qualcosa in più'. Ma lasciamo stare questi aspetti".

Continua Friedman: un sms un po' strano? Io non ho intenzione di lasciar stare nulla. E quindi insisto con Prodi, chiedendogli esattamente: "Che cosa in più?". "Cosa in più"? "Ma tipo la guida del governo?", chiedo. "Tipo la guida del governo", risponde Prodi senza battere ciglio.

Sono solo due episodi clamorosi e sconcertanti, che fanno luce attraverso i virgolettati diretti dei protagonisti, su particolari recenti della storia della repubblica. E ci consegnano davvero un'Italia preda di intrighi, ambizioni personali, narcisismi, desideri inconfessabili e lotte furibonde per il potere tra i massimi vertici delle istituzioni. Il racconto del gattopardo si conclude un giorno dopo, il 20 aprile quando scrive Friedman: si cominciava ad andare verso un governissimo, un governo di larghe intese, "un governo di servizio", per volontà di Giorgio Napolitano, che ormai aveva deciso di sciogliere la riserva e di accettare, fatto senza precedenti nella storia della repubblica, un secondo mandato al Quirinale.  

Beppe Grillo parla dal suo blog: "Ci sono momenti decisivi nella storia di una nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. E' in atto un colpo di Stato. Pur di impedire un cambiamento sono disposti a tutto. Sono disperati. Hanno deciso di manetenere Napolitano al Quirinale". Quella sera Prodi raggiungeva sua moglie. Berlusconi esultava e Bersani piangeva. Quattro giorni dopo, Napolitano aveva già affidato l'incarico di formare un governo di larghe intese a Enrico Letta. E così cominciava la vita di un esecutivo che per la maggior parte del 2013 avrebbe combinato ben poco di sostanziale, pochissimo, e alla fine non sarebbe stato per niente il governo di Enrico Letta: sarebbe stato per tutto l'anno 2013 il governo del presidente della Repubblica.

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