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Politica

Per scacciare l'incubo occupazionale non bastano le ricette messe in campo dal govenro con l'ultima legge di stabilita' ne', tantomeno, le ricette del 'job act' di Mateto Renzi. Lo affermano gli esponenti del Pd, Matteo Orfini, Fausto Raciti, Chiara Gribaudo e Valentina Paris. In un intervento su Leftwing, i Giovani Turchi spiegano infatti che "la necessita', richiamata dal segretario del Pd, di un piano per il lavoro che contrasti precarieta' e disoccupazione e' largamente condivisa e tuttavia "sia le ricette che dovrebbero comporre il cosiddetto job act, sia le misure varate dal governo con l'ultima legge di stabilita', destano diverse perplessita'. Le une come le altre spiegano le ragioni della drammatica e apparentemente irreversibile crisi occupazionale con l'eccessiva tassazione su lavoro e imprese da un lato, dall'altro con la presunta complessita' o rigidita' del mercato del lavoro".

In particolare, "tagliare il cuneo fiscale - come ha cominciato a fare il governo - e rendere le regole del lavoro meno macchinose" non sono le "soluzioni a buona parte dei nostri problemi e in nessuno dei due casi la dinamica occupazionale registrera' lo shock positivo auspicato". Pur trattandosi di provvedimenti utili, per i Giovani Turchi essi non rappresentano "la priorita'. Per esempio", aggiungono gli esponenti Pd, "l'intervento sul cuneo fiscale previsto in legge di stabilita', a causa della scarsita' delle risorse impegnate, non avra' l'effetto sperato nemmeno sul ciclo dei consumi: chi si ritrovera' qualche euro in piu' in busta paga, verosimilmente, piu' che spenderlo lo mettera' a risparmio. La riduzione minima prevista dal governo rischia di essere un grave spreco, motivato piu' dall'esigenza propagandistica di rivendicare il segno meno sulla tassazione che da una concreta attenzione all'economia reale". Anche l'idea che sembra ispirare il job act di Renzi, "secondo cui sarebbe sufficiente agire sulle regole del mercato del lavoro e sulla formazione per creare occupazione e ridurre il gap occupazionale fra giovani e adulti, nonostante l'indubbio successo di cui ha goduto nel dibattito pubblico di questo ventennio, e' del tutto priva di riscontri fattuali: la maggior flessibilita' alla lunga non ha prodotto maggiore occupazione e lo svantaggio relativo dei giovani rispetto agli adulti in termini di tasso di disoccupazione, invece di diminuire, e' addirittura aumentato". Orfini e gli altri, tuttavia, sottolineano di condividere l'idea che la precarieta' rappresenta un problema "drammatico" sia dal punto di vista economico che dal punto di vista sociale. Ma, aggiungono, "l'ipotesi di contratto di inserimento a tempo indeterminato, se da una lato va nella direzione giusta, dall'altro lascia almeno due fronti aperti. In primo luogo, quello che sarebbe il vero vantaggio per le imprese, cioe' la copertura statale dei contributi per i primi tre anni, non risolve il pericolo di ricircolo dei lavoratori, che anzi potrebbe riproporsi in nuove forme. Va per questo riaffermato con forza che l'obiettivo, unico antidoto alla precarieta', deve essere la definitiva stabilizzazione. Quest'ultima puo' anche seguire un periodo di prova lungo, ma deve essere resa comparabilmente piu' vantaggiosa per l'impresa rispetto alla sua sostituzione con una nuova assunzione nel corso del triennio; facendo il ragionamento inverso, l'assunzione di nuovi candidati in prova potrebbe al contrario essere vincolata alla stabilizzazione di almeno una parte di quelli precedenti. Se il vero incentivo arrivasse con la stabilizzazione, invece che all'origine del rapporto di lavoro, il ricorso stesso al licenziamento ne risulterebbe scoraggiato. Secondo le anticipazioni sulla proposta di Renzi, il contratto di inserimento a tempo indeterminato verrebbe accompagnato da una indennita' di disocupazione e dall'obbligo alla formazione per chi perda il lavoro".

Altro elemento su cui riflettere e', per i Giovani Turchi, "l'indennita' di disoccupazione" che, nelle intenzioni del segretario, "dovrebbe riassorbire altri ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione in deroga. Desta un certo stupore che si immagini di sostituire quelli attuali con un sussidio di disoccupazione universale a parita' di risorse": meglio investire le risorse che ci sono sulla creazione di post di lavoro, dunque, che non su un sussidio come quello al quale pensa il segretario Pd. "Per quanto riguarda l'enfasi posta sulla formazione, la domanda e': formazione per fare cosa? Le parti datoriali, per spiegare le difficolta' ad assumere, scrivono ormai in ogni rapporto di ostacoli, dal loro punto di vista, di over-education e di scarsa corrispondenza fra studi e competenze richieste. Una formazione, tanto piu' obbligatoria, che non si incardini in un aggiornamento complessivo del contenuto del lavoro, rischia di essere solo la riproposizione dell'attuale sistema, contribuendo a mantenere competenze - e salario - schiacciati verso il basso".

L'ultimo capitolo riguarda i Centri pubblici per l'impiego: "E' giusto parlare di potenziamento dei CPI soprattutto in questo senso: se si intervenisse solo con un aumento degli impiegati, proseguirebbe solo quell'inganno secondo cui il nostro problema sta essenzialmente nella difficolta' quantitativa di incontro tra domanda e offerta, piuttosto che nella loro qualita'. In questo senso vanno impostati anche gli interventi che deriveranno dall'attuazione della Youth Guarantee europea che possono diventare anche l'occasione di una effettiva riforma e di implemento del nostro Servizio civile. Non nel senso della sua trasformazione, come sembra prevedere il job act, in servizio obbligatorio, ma come nuova forma di ingresso nel mondo del lavoro, profit e non-profit, attraverso il riconoscimento delle competenze che una simile esperienza puo' generare. Cosi' da diventare modello di inserimento lavorativo e forma ragionevole di reddito di inserimento". Il job act annunciato da Matteo Renzi, per i Giovani Turchi, rischia in definitiva "di cadere nello stesso errore di molti interventi che lo hanno preceduto, per ultimo quello firmato da Elsa Fornero, cioe' di camminare sulla testa dei meccanismi che regolano il mercato del lavoro (i contratti), anziche' sulle gambe della crescita e cosi' facendo di essere, nella migliore delle ipotesi, inutile. I passi avanti nel contrasto alla precarieta' che pure potrebbero essere prodotti dal contratto d'inserimento, rischiano di essere resi assai parziali dal progressivo ulteriore restringimento della platea degli occupati. Se invece davvero vogliamo provare a uscire da una situazione drammatica, e' bene innanzitutto liberarci dalle stanche dicotomie garantiti vs non garantiti, padri vs figli" e "se vogliamo trasformare la precarieta' in flessibilita'" bisogna ragionaere "su come universalizzare almeno alcuni diritti, stabilire che ogni tipologia contrattuale debba prevedere la copertura per malattia e maternita', a prescindere dalla durata e dalla retribuzione. Una misura che avrebbe un effetto immediato e concreto sulla vita di milioni persone. L'aumento conseguente del costo dei contratti precari, che a regime e' persino auspicabile cosi' da rendere meno conveniente il ricorso a queste tipologie contrattuali, potrebbe essere mitigato nella fase di transizione da interventi di sostegno. Parallelamente a una misura del genere, occorrerebbe immaginare strumenti che garantiscano dal rischio che - come avvenuto in situazioni analoghe - l'aumento dei costi per le imprese finisca per scaricarsi sulla busta paga del lavoratore. Da questo punto di vista si puo' valutare l'introduzione di un 'equo compenso' per tutte quelle professioni non coperte da contrattazione collettiva, affiancato dalla possibilita' di concertare con i sindacati, i cui sistemi di rappresentanza necessitano evidentemente di un ammodernamento, la possibilita' di definire la retribuzione minima per professionalita' omogenee, non su scala nazionale, ma su base territoriale". Accanto a questo, e' la ricetta degli esponenti democratici, "occorre recuperare i margini per un piano di investimenti pubblici straordinari, da concentrare in settori strategici che generano un alto tasso di occupazione e un forte stimolo alla crescita (dalla cultura alla ricerca, dalla messa in sicurezza del suolo al turismo, dal terzo settore sociale alle infrastrutture digitali). Le opzioni per recuperare le risorse necessarie a finanziare il piano straordinario per l'occupazione sono due: agire sulla leva fiscale chiedendo un contributo maggiore a chi ha di piu', oppure, rimanendo dentro il vincolo del 3 per cento nel rapporto deficit/pil, recuperare qualche decimale rispetto al 2,5% previsto per il 2014. Un job act che non potesse rivendicare un impatto positivo sul tasso di occupazione rischierebbe di essere un boomerang, per l'evidente 'spread' tra attese generate e risultati ottenuti. Ma per creare lavoro occorre rompere le barriere ideologiche e superare i tabu' che in questo ventennio hanno impedito di considerare quella degli investimenti pubblici diretti a generare occupazione una opzione possibile: nell'Italia di oggi e' l'unica opzione possibile. Farlo vorrebbe dire "cambiare verso". Ma per davvero".

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