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Politica

di Angelo Maria Perrino

"Il potere logora...chi non ce l'ha". Nessun altro dei suoi celebri detti e contraddetti sintetizza meglio la personalità e l'essenza di Giulio Andreotti, la scatola nera del Potere in Italia, come lo definì Beppe Grillo,quando era ancora solo un comico.

  Con lui muore uno degli ultimi cavalli di razza della Democrazia Cristiana,il partito dello scudocrociato che dal dopoguerra fino alla sua disintegrazione con Tangentopoli ( circa un cinquantennio), forte della fiducia prolungata della maggioranza relativa degli italiani, ha impersonato e occupato, prima in esclusiva e poi attraverso cooptazioni e convergenze a sinistra, il potere politico e indirettamente anche economico in Italia,sia nel bene che nel male.E ha trasformando un Paese povero e contadino nella quinta potenza industriale del mondo.Ma anche il più indebitato.E in mezzo ai peggiori intrallazzi,alle congiure e alle più torbide manovre segrete.

 Famoso per il cinismo e per la spregiudicatezza,ben dissimulate da uno stile sobrio e curiale e un tratto sottile e ironico, l' uomo che stimolava la fantasia dei satiri per la sua leggera gobba e le proverbiali orecchie a sventola, è stato con la sua rampantissima e ramificata corrente dei Pomicino, degli Sbardella,dei Formigoni(e di Cielle), dei Lattanzio e degli Evangelisti del famoso "a Fra' che te serve", il crocevia di ogni decisione importante ma anche di ogni scandalo, dai petroli alla P2, dall'omicidio Pecorelli al caso Sindona alla collusione con Riina e la Mafia.Ma anche,vista l'ampiezza e la pervasività dentro i gangli del Palazzo della longa manus andreottiana, di ogni sospetto e ogni insinuazione,congiura e manovra.Tanto da essere chiamato Belzebù e aver ispirato Il Divo, uno strepitoso ritratto cinematografico curato da Paolo Sorrentino e affidato all'interpretazione sublime del mitico Toni Servillo.

Ma anche se più volte colpito il divo Giulio, a parte la famosa, persistente emicrania,non si è mai fatto male davvero e non è mai andato al tappeto, abile com'era a schivare i fendenti e i colpi bassi degli avversari e dei suoi stessi "amici" di partito e a contrattaccare con colpi mortali  facendosi trovare, in un'eterna giovinezza, mondato dai peccati dopo brevi e sagge interruzioni e rapidi esili sempre come l'uomo giusto al posto giusto capace di sbrogliare le matasse piu' intricate e pronto a volare a  palazzo Chigi per l'ennesimo premierato con l'ennesima formula politica, fosse monocolore o pentapartito, in simbiosi indifferente coi socialisti o coi comunisti.

Con questi ultimi, coriacei,compatti  e diffidenti ma non per Giulio,Andreotti gestì addirittura la condivisione del potere negli anni della no sfiducia e del compromesso storico di Enrico Berlinguer, annichilendoli e depotenziandoli definitivamente. Ma riuscì a piegare anche Bettino Craxi, il socialista autonomo e riottoso che della volpe Andreotti aveva detto "prima o poi finirà in pellicceria" ,finendoci in realtà prima lui,senza essersi evidentemente ben reso conto di quanto coriacea fosse la tempra del Gobbo.

Parco, sobrio e timorato di Dio,sempre a messa la domenica,sempre curato e vestito di abiti di ottimo taglio come si conveniva a un gran borghese della Capitale, forti legami in Vaticano e Usa,nelle aziende di Stato e nel sottogoverno nazionale e locale, Giulio Andreotti, avendo vissuto da protagonista tutti i passaggi più importanti della Prima Repubblica, porta con sé nella tomba i segreti di chi ha visto da vicino, come recitava il titolo dei suoi diari autobiografici, i passaggi più importanti ma anche i piu' scabrosi della storia d'Italia.. A partire dal sequestro e dall'uccisione del suo competitor scudocrociato Aldo Moro. A meno che non abbia lasciato qualche diario, per togliersi, come faceva periodicamente, i suoi esplosivi sassolini dalla  scarpa.Come ha sempre fatto da vivo.Ma con cura e misura,senza chiasso, gettando la pietra e nascondendo la mano. Sapendo dosare i silenzi e alternarli alle rivelazioni. Come ebbe a verificare Cossiga con Gladio. E come hanno sperimentato molti che si son messi di traverso sul suo cammino.Un cavallo di razza del potere, insomma.Un simbolo della prima repubblica odorosa di broccoletti e sacrestia, ma anche di bombe e malversazioni.Allora non esisteva Internet e la trasparenza del tempo reale.Oggi, nell'era della Rete,  uomini come Andreotti non possono piu' nascerne.

Pace all'anima sua.

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