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Governo, il “grimaldello” di Salvini

Fra sei mesi, il 26 maggio 2019, si terranno le elezioni europee. E non è detto che, viste le fibrillazioni nel governo e dintorni, non si arrivi all’election day, con gli italiani alle urne anche per le politiche. Le elezioni, stando al calendario, sembrano lontane ma in realtà, per i tempi della politica, sono vicine. Di fatto, la campagna elettorale è già in corso, non solo per le solite beghe nei partiti e fra i partiti, ma perché giunge al dunque il braccio di ferro sulla “manovra” fra governo e Ue con ripercussioni di non poco conto sulla politica italiana.

Il premier Conte è pronto per il dialogo con Bruxelles con un maxi emendamento in manovra per abbassare il deficit e cercare di evitare l’annunciata procedura sul debito italiano. Un tentativo, quello di Conte, senza sbocco, “bruciato” dall’alt di Salvini (con l’ok di Di Maio): “Deficit al 2,4% o il governo salta”. Il fuoco di sbarramento prosegue: dopo Istat, Ocse, Fondo monetario, anche Bankitalia e Moody’s contestano la manovra. Così soffiano sui focherelli quanti (nei partiti, nei media, nel giro dei soliti noti) – più interessati alle proprie fortune che a quelle del Paese – cercano rivincite alla “rivoluzione” del 4 marzo 2018 sperando che i battibecchi nell’esecutivo giallo-verde sfocino in rottura, per la minestra riscaldata del “governo tecnico”. In effetti, dopo decenni di malgoverno di centrodestra e di centrosinistra, non è facile tirar fuori l’Italia dal fosso e rimetterla in carreggiata.

Le prime sterzate per cambiare passo e direzione non sono prive di contraddizioni sulle loro capacità di innovazione non mancando rischi per la credibilità del Paese e per il suo isolamento, specie con una regia internazionale orientata contro l’esecutivo gialloverde dai cosiddetti “poteri forti” che temono una nuova Italia, con la schiena dritta, capace di dire: “Signor no!”. Il gioco, quindi, si fa duro. In palio c’è il futuro prossimo dell’Italia – il suo ruolo di Paese sovrano – in una Europa mal ridotta, inutile se non dannosa: una Europa che, comunque, senza l’Italia non avrebbe ragion d’essere.

A sinistra e a destra, mancando la capacità di fare opposizione, si agitano fantasmi gridando “al lupo al lupo!” contro il governo “sovranista”, bollato quale “incapace” e addirittura “pericoloso” per la stessa democrazia. E’ bassa propaganda, un boomerang politico, tant’è che i sondaggi premiano il governo, pur con la flessione dei Cinque Stelle, con la Lega spinta dal vento in poppa. Così, con le opposizioni sfasciate, la maggioranza formata da M5S e Lega sta – come suol dirsi – nel “ventre di vacca”. Gli italiani si aggrappano all’ultimo filo di speranza ma restano scettici sulla reale portata del cambiamento strombazzato da chi oggi guida il Paese. Su un punto sono però decisi: non vogliono che tornino al potere “quelli di prima”, destra o sinistra fa lo stesso. Voterebbero Belzebù pur di non fare passare Pd e sinistra e, all’opposto, Berlusconi e la sua destra. Pd a sinistra (moderata) e Forza Italia a destra (moderata) sono “out” perché puniti per le politiche dei loro governi, poi bocciati perchè incapaci di autocritica e di innovare identità, proposta politica, leadership. I due partiti, diversi fra loro ma accomunati nel loro processo di disfacimento politico ed elettorale, hanno bruciato ogni energia nelle lotte interne. Senza più un briciolo di credibilità, non sono in grado di coagulare e incanalare il consenso per una reale opposizione, tanto meno per la svolta politica.

Non c’è, quindi, una alternativa credibile e possibile a questa maggioranza. Lo ha ben compreso Berlusconi che, in ritardo, tenta di uscire dall’angolo (FI è data sotto il 5%!) cercando di attirare Salvini – cui tira spesso non poche frecciate velenose – in un nuovo progetto politico di centrodestra, senza il M5S. Il rais di Arcore brandisce contro il leader leghista un bastone “leggero” e “morbido” – di pioppo, non di noce, lo stesso che voleva usare Don Camillo contro Peppone – abbaia da lontano contro la Lega ma spera in una prossima alleanza di governo, per non scomparire. Il vice premier leghista scruta e annusa, finge di non vedere e di non sentire giocando di “punta e di tacco”, prendendosi tutta la scena nel ruolo scomodo quanto proficuo “di lotta e di governo”. Così spinge per fare avanzare il suo progetto di cambiamento della politica e del Paese, lasciando che gli avversari si cuociano ognuno nel brodo delle proprie contraddizioni, in attesa che la situazione evolva ancor di più a proprio favore sfociando in nuovi e più forti consensi elettorali.

Non è detto che l’esecutivo giallo-verde possa aggirare il campo minato da Bruxelles o superi indenne le fibrillazioni interne. In caso di crack, le urne di maggio, oltre al voto europeo, potrebbero contenere – appunto – anche quello delle politiche anticipate. Per vecchi e nuovi avversari e per vecchi e nuovi alleati sarebbe come infilarsi diritti nella bocca del lupo, cioè nelle “fauci” di Salvini, tutto proteso – sull’onda dell’annunciato consenso popolare sancito dal voto – a realizzare il proprio disegno egemonico (non solo sul fronte della destra) per rivoltare la politica e l’Italia come un calzino, con forti ripercussioni in Europa e oltre. A destra, (Berlusconi, ma anche la Meloni, Storace ecc.) non resterebbe che mettersi in fila in attesa di ricevere l’ok da Salvini per avviare nuove alleanze parlamentare e formare un nuovo governo con Matteo al comando. A sinistra, un simile scenario porta al peggio. Il Pd, nel labirinto delle sue primarie con i “magnifici 7” candidati segretari, avrà dalle urne di maggio il resto del … 4 marzo 2018.

E Renzi? Insiste nel proprio arrogante e autolesionista refrain di non aver commesso errori e di aver fatto tutto-tutto bene nel Pd e nel governo incolpando la fronda interna per averlo pugnalato alle spalle. L’ex segretario chiede l’autocritica ai difensori della “Ditta” e, minaccioso, annuncia quale “salvatore”: “Tornerò!”. In realtà Matteo tiene i piedi su due staffe, uno nel Pd e l’altro nei costituendi “comitati civici”. L’obiettivo? Andare comunque “oltre il Pd”, per imbarcare i tanti “moderati” sparsi e delusi, tessendo alleanze centriste in Europa, scordandosi l’adesione al socialismo europeo, in crisi. Matteo tenta il nuovo “salto della quaglia” ma entra in un campo già occupato da altri.

Gli elettori, si sa, alla copia preferiscono l’originale. Così l’altro Matteo, il leghista, gode nel vedere gli altri arraffarsi come saltimbanchi, con le frecce spuntate. Solo Matteo il leghista, facendo maturare senza scosse, il proprio progetto politico di cambiamento, ha in mano il “grimaldello” per aprire una nuova fase politica. La sua Lega veleggia ben oltre il doppio dei consensi del 4 marzo. Tutti gli altri – alleati o avversari – calano, crollano o scompaiono. A quel punto Matteo ha solo un obiettivo: non maramaldeggiare.