Venerdì a Bari si festeggerà qualcosa che, nella storia politica italiana, è stato quasi sempre più difficile del previsto: un governo che dura. Fratelli d’Italia ha scelto il porto del capoluogo pugliese per celebrare il sorpasso del governo Meloni sul Berlusconi II, finora il più longevo della storia repubblicana con 1.412 giorni consecutivi in carica.
Lo slogan scelto, «Il Governo più stabile, l’Italia più forte», è inevitabilmente politico, ma certamente fotografa una situazione che evidenzia come la stabilità sia un valore aggiunto per il paese. E il fatto è stato evidenziato di recente da un articolo del Times e da uno dell’Economist. Si tratta di un dato certo non secondario e non riguarda solo la semplice nota statistica. Marco Improta, docente dell’Università di Siena, ha dedicato proprio alla longevità dell’esecutivo uno studio pubblicato dalla Italian Political Science Review di Cambridge. La sua conclusione è interessante: il governo Meloni opera sostanzialmente dentro le stesse regole istituzionali che per decenni hanno prodotto esecutivi fragili, ma è riuscito a ottenere un risultato opposto grazie alla concomitanza di più fattori favorevoli, a partire dalla coesione e dalla disciplina della coalizione.
Ecco allora che, alla vigilia dell’appuntamento barese, vale la pena mettere per un momento da parte la propaganda e guardare ai numeri. Palazzo Chigi ha reso pubblico un dossier sui quattro anni di governo. È, naturalmente, un documento politico: seleziona risultati e attribuisce all’azione dell’esecutivo dinamiche che spesso dipendono anche da fattori esterni. Ma alcuni dati, letti insieme, restituiscono comunque una fotografia interessante di come sia cambiata l’Italia dall’autunno del 2022. Partiamo dall’inflazione, tornata in agosto al 3,3% dal 2,9% di luglio. Un rialzo che pesa sulle famiglie, ma che va letto nella sua composizione: l’accelerazione arriva soprattutto dall’energia, mentre l’inflazione di fondo rallenta all’1,5% e il cosiddetto carrello della spesa resta all’1%. Nel confronto armonizzato europeo l’Italia è al 3,2%, leggermente sotto il 3,3% dell’Eurozona e molto distante, per esempio, dal 4,5% della Spagna. E soprattutto resta lontanissima dal 12,6% registrato nell’ottobre 2022, quando Meloni arrivò a Palazzo Chigi. Ma è il lavoro il dato forse più significativo del bilancio di questi quattro anni. A luglio gli occupati hanno raggiunto quota 24 milioni e 370 mila. Nel novembre 2022 erano 23 milioni e 252 mila: oltre 1,1 milioni di persone al lavoro in più.
Ancora più interessante è la qualità di questa crescita. I dipendenti a tempo indeterminato sono passati da 15,25 a 16,583 milioni: oltre 1,3 milioni in più. I lavoratori a termine, al contrario, sono scesi da 3,02 a 2,486 milioni, cioè 534 mila in meno. È un dato che mette in discussione una delle critiche più ricorrenti di questi anni, quella secondo cui l’occupazione sarebbe cresciuta soprattutto attraverso lavoro precario e contratti fragili. I numeri indicano esattamente il contrario: ad aumentare è stato soprattutto il lavoro stabile. Insomma un dato che certamente è quello da tempo tra i più propagandati dal governo Meloni, e che mostra in maniera incontrovertibile che il paese sembra più resiliente di quello che potrebbe apparire, guardando invece altri numeri come quello della crescita del Pil o della produzione industriale. Poi c’è il dato sulla disoccupazione. C’era una certa curiosità tra gli esperti nel analizzare come la fine dei bonus come il reddito di cittadinanza avrebbe influito su questo dato statistico, soprattutto al Sud.
Ebbene la prova si può dire superato. Nel luglio 2026 uno studio degli economisti Martina Aronica, Valerio Genovese e Davide Piacentino, pubblicato su Scienze Regionali tra il 2020 e il 2023, ha concluso che non esiste alcuna correlazione tra un miglioramento del mercato del lavoro prodotto dal Reddito di cittadinanza e rilevano anzi «some evidence of an employment trap», cioè alcuni segnali di una correlazione negativa tra il sussidio e l’occupazione. La conclusione dello studio è che il RdC avrebbe funzionato essenzialmente come misura di sostegno al reddito, molto meno come strumento per riportare le persone al lavoro A fine 2022 era intorno al 7,8%, oggi è al 5,8%. Anche il confronto europeo è significativo: a luglio era al 6,4% nell’Eurozona e al 6,1% nell’Unione europea, mentre Francia e Spagna erano rispettivamente all’8,3% e al 10%. La Germania continua a fare meglio, ma per una volta l’Italia non si trova nella parte bassa della classifica. Naturalmente i problemi restano. Il tasso di occupazione italiano è ancora troppo basso rispetto a quello dei principali partner europei, soprattutto per la minore partecipazione femminile e per il ritardo del Mezzogiorno.
I salari reali devono recuperare il potere d’acquisto perso durante la fiammata inflazionistica e la crescita del Pil resta troppo debole per un Paese gravato da un debito pubblico così elevato. C’è poi il capitolo dei conti pubblici, probabilmente uno dei risultati che Palazzo Chigi rivendica con maggiore convinzione. All’insediamento del governo lo spread Btp-Bund era a 233 punti base; oggi il dossier lo colloca sotto quota 80. Parallelamente il rapporto deficit/Pil è passato dall’8,1% del 2022 al 3,1% del 2025. Spread e rendimenti non dipendono soltanto da Palazzo Chigi: contano la Bce, i tassi internazionali e il quadro europeo. Ma conta anche la credibilità fiscale di un Paese. E una legislatura stabile, accompagnata da una linea prudente sui conti, ha certamente contribuito a cambiare la percezione dell’Italia sui mercati. Il governo Meloni, con il ministro Adolfo Urso in prima linea, rivendica poi la tenuta dell’export nonostante guerre, dazi e tensioni internazionali. Tra il 2022 e il 2025 le esportazioni sono passate da 626 a oltre 643 miliardi di euro. Nei primi cinque mesi del 2026 hanno raggiunto 277,4 miliardi, quasi il 10% in più rispetto allo stesso periodo del 2022.
Ancora più netto il cambiamento della bilancia commerciale. Il saldo, negativo per 34 miliardi nel 2022 — anno segnato dall’esplosione della bolletta energetica — è tornato positivo, fino a raggiungere 50,7 miliardi nel 2025. Anche qui pesa la normalizzazione dei prezzi dell’energia, ma resta la capacità del sistema produttivo italiano di continuare a vendere sui mercati internazionali in una fase tutt’altro che semplice. Infine, fisco e incentivi al lavoro. Il dossier quantifica in oltre 21 miliardi le risorse legate alla riforma dell’Irpef e al taglio del cuneo, mentre le retribuzioni contrattuali sono cresciute del 3,1% nel 2025. A questo si aggiungono la maxi-deduzione del costo del lavoro al 120%, che sale al 130% per determinate categorie, e gli sgravi per le assunzioni di giovani under 35, donne svantaggiate e beneficiari dell’Assegno di inclusione. Non tutto ciò che è migliorato in questi quattro anni può essere attribuito al governo, così come non tutto ciò che ancora non funziona può essere ricondotto a fattori esterni. Ma sarebbe altrettanto poco credibile ignorare la direzione indicata da alcuni numeri: più occupati, più contratti stabili, meno disoccupazione, spread in forte discesa, deficit ridotto ed export che continua a tenere. Forse allora il dato politico più interessante di venerdì non sarà soltanto il record di durata. Sarà il tentativo di dimostrare che, per una volta, in Italia stabilità non ha significato immobilismo. E che un governo che dispone del tempo necessario per governare può finalmente essere giudicato non per quanto riesce a sopravvivere, ma per i risultati che lascia.


