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Governo, quando il gioco si fa duro Meloni inizia a giocare: lavoro e salari al centro dell’agenda. L’analisi

Mentre a sinistra resta aperta la battaglia per la leadership, Meloni va avanti sul lavoro

Governo, quando il gioco si fa duro Meloni inizia a giocare: lavoro e salari al centro dell’agenda. L’analisi

Decreto lavoro tra salari giusti, contrattazione collettiva, donne e rider: la mossa di Meloni fa sorridere le Associazioni. L’analisi

Fonti autorevoli di Palazzo Chigi raccontano che Giorgia Meloni, mai come ora, sia determinata e convinta ad andare avanti con fermezza per portare a compimento quelle misure che lei continua a ritenere fondamentali nel suo percorso di governo. La prima riguarda il tema sicurezza, col decreto discusso qualche giorno fa; la seconda riguarda i migranti, con la decisione dell’avvocatura della Corte di giustizia europea che, dando ragione al governo, rappresenta certamente un punto a suo favore.

E poi c’è la questione economica, con il caro bollette da un lato e la questione lavoro e salari dall’altro. Come diceva John Belushi: “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. E Giorgia Meloni, come dicono i suoi, non è certo una che piange troppo sul latte versato, come nel caso della sconfitta al referendum. Altrimenti, che underdog della politica sarebbe? Tirarsi indietro alla prima sconfitta?

Ed è proprio così che la premier sembra volersi muovere nei prossimi mesi: mostrandosi tenace e determinata sulle questioni che, a suo avviso, sono più importanti per il Paese e soprattutto cercando di tenere a freno alcuni scalpitanti colleghi di partito. Non a caso, uno dei suoi obiettivi sarebbe quello di mettere in mostra le profonde contraddizioni, sempre più evidenti, ancora presenti nel campo avverso. Per fare questo, la sua strategia è chiara e ben definita: proporre fatti concreti e di buon senso che paradossalmente potrebbero configurarsi come misure di sinistra. Qualche esempio? Il decreto sulle accise, il taglio del cuneo fiscale, le spese in sanità pubblica – aumentate al 6,3% – le tante riforme sul sociale e sulla natalità, ma soprattutto le misure relative all’occupazione, in crescita a livelli record da tre anni.

Il decreto lavoro

Un esempio plastico è quello del decreto del 1° maggio, appena varato: un provvedimento che presenta molti aspetti – come l’attenzione ai lavoratori meno tutelati, alle donne e ai giovani – che sembrano a buon ragione poter essere immaginati più da un governo di centrosinistra che da uno di centrodestra. “Giorgia Meloni non ragiona più con gli steccati ideologici come la sinistra. Lei ha a cuore il bene degli italiani. E il decreto ne è la riprova. Poi, certo, è rimasta piacevolmente sorpresa dalla comune veduta di intenti tra il segretario della Cgil, Maurizio Landini, e il presidente della Confindustria sullo stop al patto di stabilità, e forse ha pensato che Landini si fosse ammorbidito”, dice un vecchio senatore di FdI.

Anche perché, come fanno notare molti esperti della materia, questo decreto sembra avere un cambio di paradigma che va nella direzione auspicata proprio dalla Cgil di Landini. Infatti, sul nodo della contrattazione, il decreto vuole dare maggiore centralità ai contratti firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative, così da smontare la narrazione che vorrebbe il governo contrario alla contrattazione collettiva.

Un miglior assist di questo per Landini non lo si poteva chiedere, e proprio questo dà la misura – è il ragionamento che si fa in queste ore a Palazzo Chigi – di come il sindacato ormai si sia chiuso a riccio nel suo steccato ideologico e stia portando avanti una battaglia strumentale e politica a danno degli stessi lavoratori. In effetti, guardando da vicino il decreto, colpisce l’attenzione rivolta ai rider, ai giovani, alle donne e alla Zes, una misura che sta riscuotendo molto successo e pensata per il Sud. A questo si aggiunge il tema della contrattazione collettiva, con l’obiettivo di promuovere il “salario giusto”. Nel complesso, si tratta di un passo avanti non solo formale, ma sostanziale, sul fronte dei salari bassi: un approccio che supera e amplifica gli aspetti positivi del salario minimo tanto caro alla sinistra del Pd.

Come fa notare Alfonso Luzzi, esperto di terzo settore e di diritto del lavoro: “Riteniamo che gli sgravi riconosciuti alle aziende che assumono persone disoccupate o svantaggiate con un salario ‘giusto’, quindi non inferiore al trattamento economico complessivo, rappresentino l’introduzione di un nuovo e importante elemento di qualità. In questo senso, anche l’obbligo di adeguare i contratti al 50% dell’inflazione per i datori che ritardano i rinnovi nell’ultimo anno prima della scadenza rappresenta un reale passo avanti in tale direzione”.

Ma anche molte associazioni di categoria, come Cna, hanno accolto con favore le novità inserite in questo decreto, così come Confcommercio e Confindustria, che ha definito il decreto come un passo importante contro il dumping contrattuale. Soddisfatto anchePierpaolo Bombardieri, segretario della Uil: “Per la prima volta c’è un intervento legislativo che identifica il salario giusto e dignitoso con i contratti di Cgil, Cisl e Uil”. Mentre la segretaria della Cisl, Silvia Fumarola, è andata oltre definendolo un primo passo verso un Patto sociale per rilanciare retribuzioni, tutele e occupazione di qualità. Invece Landini, malgrado una timida apertura – definendo il decreto “Importante, ma ancora non sufficiente” – resta critico.

La questione, come spiegano fonti ad alto livello della maggioranza, è che a sinistra si sta giocando ancora la partita per la premiership, soprattutto all’interno del Pd, e in questo frangente ognuno tende a tirare acqua al proprio mulino. “Mai come ora la sinistra è apparsa così divisa, malgrado la vittoria al referendum e il recupero come coalizione. Ognuno, come in una partita a scacchi, sta cercando di muovere le proprie pedine per mettere in difficoltà il rivale interno”, dice un senatore di vecchio corso della Lega. Ecco allora che la partita per le elezioni è ancora tutta da giocare e, per ora, il vantaggio resta in mano alla premier Giorgia Meloni.

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