In una realtà mondiale segnata dall’annus horribilis della pandemia e l’uscita da un tunnel che, specie per l’Italia, pare ancora di là da venire, i due partiti perni del governo Draghi, Pd e M5S, restano impelagati nei loro assetti interni, cioè nelle beghe di potere. Chiamando le cose per nome, di guerre fra le solite bande trattasi, con ripercussioni sul nuovo governo. Dove, apparentemente, non c’è il casino di prima con Conte&C ma la sostanza è la stessa: la logica del doppio gioco (stare al governo e agire come se si fosse all’opposizione), ognuno va per conto suo, ognuno coltiva il proprio orticello con l’occhio ai sondaggi (si punta all’incasso nella spartizione del Recovery Plan) anche se all’esterno sta al gioco fingendo di seguire la musica del nuovo direttore d’orchestra Draghi: saggio cauto e parco e di alto lignaggio anche se dall’immagine un po’ ingessata e forse convinto troppo ottimisticamente che basti un suo sguardo severo per incutere soggezione nei sottoposti abituati ai maneggi nei meandri delle furerie. Il tono felpato, la sobrietà accomunata al tocco populista può coprire la mancata connessione del premier con il Paese reale. C’è chi al governo parla e agisce come fosse all’opposizione. Un già visto, insomma. E si sa com’è finita.
*BRPAGE*Non solo. Di tutto c’è bisogno, in questa drammatica fase di emergenza da Covid, che delle divisioni fra governo centrale e governi regionali e locali e della rincorsa populistica fra esponenti delle istituzioni e della politica. Il secondo rischio è peggiore del primo. Perché mentre le divisioni fra i livelli istituzionali si risolvono anche grazie alle leggi dello Stato, leggi, regole e atteggiamenti populistici non trovano ostacoli, anzi si ampliano spinti dalla demagogia e trovando nel plauso dei cittadini “creduloni” il terreno fertile per attecchire e ampliarsi. Se vale sempre il monito: “à la guerre comme à la guerre” per cui si prende atto che questa guerra del Covid si combatte come ogni altra guerra, cioè anche con i limiti gli errori i disastri di sempre, allora la diatriba su “vaccino sì, vaccino no” è una bega fine a se stessa perché – come nell’assalto alla trincea nemica – c’è sempre chi ci rimette la pelle sacrificandosi per salvare la vita e la libertà degli altri, il futuro della Nazione. Che c’entra il populismo?
Per fermare le orde naziste Winston Churchill prometteva agli inglesi “Sangue, fatica, lacrime e sudore” ma sotto i bombardamenti delle V1 e V2 si rintanava come tutti e anche prima e meglio degli altri perché alle urne il suo voto valeva “uno” come quello di ogni singolo suddito di sua Maestà ma il primo ministro andava preservato perché rappresentava tutti ed era lui, per tutti gli inglesi, la prima ancora di salvezza. Da noi in Italia, anche oggi nel tunnel della pandemia, non si sfugge alla logica del populismo politico-istituzionale coinvolgendo persino il capo dello Stato Mattarella (in fila allo Spallanzani per vaccinarsi) e il capo del Governo Draghi (annuncia dopo la sospensione di AstraZeneca che si vaccinerà proprio con quello aggiungendo: “Mio figlio lo ha già fatto in Inghilterra”). Non si vuol entrare qui nella diatriba iper affollata pro e contro il vaccino anti Covid ma riproporre il tema politico del rapporto popolo ed eletti, in altre parole del significato della democrazia.
*BRPAGE*Gesti e annunci emblematici come quelli di Mattarella e Draghi sono davvero utili a superare incomprensioni e dubbi (in questo caso di tipo sanitario-scientifico) – peraltro legittimi perché ognuno ha la propria pelle e quella vuole difendere innanzi tutto mettendo in secondo piano l’evidenza delle percentuali su vaccinati-effetti negativi-morti – o non portano acqua al mulino della logica populista e demagogica dell’uno vale uno che ha aperto le porte del potere a un partito come il M5S nato dalle battute di un intoccabile comico e giullare televisivo con licenza di insulto, partito che pur in profonda crisi di identità e consensi condiziona tutt’ora l’Italia sul come affrontare la pandemia e il dopo pandemia iniziando dalle scelte del Recovery Plan? L’immagine e la comunicazione, oggi più di ieri, contano e come! Specie per la formazione del consenso. Spesso la capacità comunicativa è inversamente proporzionale a quella operativa.
Qui, nel quasi-caos, c’è bisogno di fatti, di risultati, di fiducia, la dimostrazione di essere in buone mani, di gente che sa guidare davvero una nave nella tempesta. Fermare la pandemia, rimettere in moto l’impresa (abbandonata) e al centro il lavoro (precarizzato giuridicamente e penalizzato nel suo potere d’acquisto) ridare un ruolo centrale allo Stato anche in politica economica, voltare pagina dimostrando che qualcosa di nuovo e di serio si sta facendo. Ecco. Il rischio, invece, è di badare alla superficie e non alla sostanza, dare un segnale fuorviante e sbagliato perché chi ha la responsabilità del comando ha il diritto-dovere democratico di esercitarlo, senza bisogno di fare la fila per una puntura o di annunciare quale vaccino si farà iniettare. Non è la prima volta, in Italia e non solo in Italia, che passata la sbornia, all’uno vale uno è seguito il duro risveglio alla realtà con un solo uomo e un solo partito al comando. In questa drammatica situazione non servono esempi demagogici che creano patine illusorie sotto un mare di macerie, ma scelte politiche inequivocabili, anche impopolari e dolorose, fuori da interessi di parte, puntando solo alla salvezza della nazione e del suo popolo. Fatti, non parole. Poi, passata la bufera, si tireranno le somme. E ognuno risponderà di quel che ha fatto.

