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Politica

di Gianni Pardo


Il pessimista pregiudiziale potrebbe essere un menagramo, invece chi non riesce a vedere la soluzione di un problema potrebbe semplicemente essere realista. E il suo sconforto merita considerazione, non condanna.


Dopo l’insistente corteggiamento del Pd al Movimento 5 Stelle e la dimostrata incapacità dei partiti di nominare un Presidente, Giorgio Napolitano si è rassegnato ad accettare un nuovo mandato. Si è presentato in Parlamento ed ha spiegato agli eletti del Pd che due più due fa quattro. Non si parla degli altri perché i “grillini” da sempre e per sempre sono sulla linea del “no” e i berlusconiani, i montiani e i leghisti sono da sempre e per sempre sulla linea del “sì”. Il Presidente dunque ha detto: o un governo con Berlusconi o nuove elezioni. E dinanzi a questa alternativa il Pd si è arreso. Con ciò si potrebbe pensare che tutto sia risolto, ma non è affatto così.
 

L’ostilità a Berlusconi è cieca, sorda e fanatica. Una sorta di conformismo dell’odio. Ma accanto a questo atteggiamento sciocco non mancano motivi più seri. Se il Pd è potuto nascere è perché quelli della Margherita e i Ds hanno visto che i loro programmi differivano così poco che non era il caso di farsi la guerra: e ciò malgrado quanta ruggine ci fosse ancora fra le due fazioni si è visto con i tentativi di elezione di Franco Marini e Romano Prodi. Figurarsi ora che si tratta di mettere d’accordo due diverse visioni del mondo, per esempio in materia di economia. In primo luogo, il centrodestra e il centrosinistra hanno progetti tanto diversi che potrebbero non riuscire a conciliarli; in realtà è probabile che nessuno dei due sarebbe in grado di ottenere un risultato positivo; se infine si arrivasse ad una soluzione di compromesso, e la manovra fallisse, ognuno poi accuserebbe l’altro di avere ostacolato il progetto giusto.


Come se non bastasse, il nuovo governo suscita un eccesso di aspettative. Gli italiani desiderano la fine della recessione, il calo della pressione fiscale, il rilancio dell’economia, l’abbassamento del tasso di disoccupazione e la fine del pericolo borsistico. Quale deus ex machina potrebbe mai realizzare tutto ciò? Nessun governo potrebbe da un giorno all’altro cambiare le nostre leggi sul fisco, sul lavoro, sui sindacati, e soprattutto la nostra mentalità. Gli stessi “saggi” incaricati da Napolitano hanno indicato in questo campo più le finalità da raggiungere che i mezzi da impiegare allo scopo. Infatti non è sicuro che i cittadini accetterebbero gli inevitabili sacrifici. Quanto al rilancio dell’economia, se i fondi necessari sono da reperire con i tagli, rischiamo la rivoluzione; e se sono da reperire dilatando ancora il debito pubblico, rischiamo le reazioni dei mercati e dell’Europa.


Il compito sembra impossibile. Se non l’hanno portato a termine dei governi coerenti sostenuti da una larga maggioranza, difficilmente potrebbero farlo due partiti nemici legati alle loro sedie dal Presidente Napolitano.
 

Tutto ciò prelude alla inevitabile fragilità del governo. A questo punto sarebbe necessario occuparsi immediatamente della riforma della legge elettorale, dal momento che probabilmente sarà la prima che servirà, appena fra qualche mese. Purtroppo al riguardo neanche i “saggi” di Napolitano sono riusciti a mettersi d’accordo: infatti hanno presentato diversi progetti. Ciò dipende dal fatto che una legge elettorale inevitabilmente favorisce la rappresentanza o la stabilità governativa, e soprattutto l’uno o  l’altro partito. È per esempio possibile che durante il governo Monti il Pd non abbia voluto rinunciare al “Porcellum” perché contava di fruire (come poi ha fruito) dello spropositato premio di maggioranza alla Camera. La prossima volta invece nessuno sa come andrà e le parti potrebbero finalmente accordarsi per un premio di maggioranza più ragionevole e una percentuale minima di voti ottenuti per fruirne. Ecco l’unica speranza – tutt’altro che mirabolante - che si riesce ad avere.


Fra l’altro non è impossibile che stavolta sia il Pdl che, convinto di vincere le prossime elezioni, favorisca ben poco il nuovo governo, in modo da provocare lo scioglimento delle Camere e ottenere poi, anche grazie alla (immodificata) legge Calderoli, il potere tutto per sé. Una prima avvisaglia di questo calcolo potrebbe ravvisarsi, nel momento stesso in cui viene affidato a Enrico Letta l’incarico di formare il nuovo esecutivo, nell’avvertimento che il Pdl non è disposto a sottoscrivere “un governicchio”. Vuole cioè un governo in cui il Pd si impegni in prima persona, che duri a lungo e che realizzi il programma. Quale programma? Quello del Pdl, naturalmente.
Se qualcuno riesce ad essere più pessimista si faccia avanti.
 

giannipardo@libero.it

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