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Politica
Il commento/ Contro le donne (teoricamente privilegiate dalle quote rosa)

di Filippo Astone*
 
Fra 8 giorni si vota per le elezioni europee, e il partito democratico presenta tutte donne come capilista: Alessia Mosca nella circoscrizione Nordovest, Alessandra Moretti nel Nordest, Simona Bonafè al Centro, Pina Picierno al Sud e la siciliana Caterina Chinnici nella circosrizione delle isole. L’idea è che, in questo modo, si dovrebbe portare una ventata di novità a Bruxelles, e stimolare l’ascesa a posizioni di responsabilità dell’intero genere femminile, che da decisioni come questa (si pensi all’imposizione di quote rosa nelle liste elettorali, e alla decisione di nominare metà dei ministri di genere femminile). A parte la scarsissima dimestichezza che queste signore hanno con i temi economici e industriali complessi che verranno decisi in Europa nei prossimi cinque anni, va sottolineato che si tratta di una gigantesca presa in giro. Le quote rosa e la retorica delle donne ministre e capilista non porta alcun vantaggio alle donne della realtà, quelle che studiano, lavorano e devono affrontare mille difficoltà per conciliare vita personale e famigliare. In Italia come in Spagna e negli Stati Uniti, la demagogia farfallona delle quote rosa, del femminicidio (tema sul quale è stata fatta una legge che potrebbe forse prestarsi a critiche sotto il profilo della costituzionalità) della iper-protezione di ciò che si assume come diritto dei gay è un modo facile per coprire il fallimento della sinistra nel campo dei diritti sociali ed economici.

Viviamo in una società fatta di lavoro precario (l'80% delle nuove assunzioni) per uomini e donne, stipendi bassissimi (cresce la folla dei working poor, cioè di coloro che sono poverissimi pur lavorando tutto il giorno), titoli di studio inutili, ascensore sociale bloccato, laureati e laureate (alla faccia delle quote rosa) che fanno i camerieri, incremento esponenziale del credito al consumo, deindustrializzazione, diritti dei lavoratori e delle lavoratrici ridotti allo zero, erosione dei risparmi, suicidi di imprenditori, convinzione diffusa che il futuro potrà essere solo peggiore del presente e del passato e che l’unica salvezza sia fuggire via da questa Italia.
 
Che cos’ha da dire la sinistra rispetto a tutto questo? Che strumenti propone per migliorare questa realtà desolante? Poco o niente. E allora? E allora viene suonata una musica di un flauto semplice, che inganna e distrae. Diritti civili light e molto modern sounding per mascherare il crollo dei diritti sociali ed economici, che sono quelli veramente importanti. In fondo, ci vuol poco a legalizzare il matrimonio gay e suona molto coraggioso. Ma per istituire il salario minimo, limitare il lavoro precario e diffondere il diritto allo studio bisogna condurre battaglie lunghe, dure e dall’esito incerto.
Che cosa cambia davvero la vita di una donna della realtà? La speranza di poter diventare deputato o consigliere di amministrazione di una società solo perché donna, oppure qualche concreta possibilità di avere una borsa di studio, un lavoro a tempo indeterminato, la possibilità di fare una carriera conforme ai propri sogni e alle proprie capacità? Facile rispondere.
 
Invece della soddisfazione di vedere diventare ministre tizie come Elsa Fornero, Anna Maria Cancellieri, Marianna Madia e l’inespertissima Federica Mogherini (ministro degli Esteri!), le donne vere, le donne della realtà, forse preferirebbero avere le cose che stanno in questa lista, breve e parziale: borse di studio per recuperare il vero gap iniziale nella carriera, quando c'è; asili nidi aziendali; corsi di formazione per adulte che desiderano fare carriera e migliorare, articolati in modo che una donna della realtà possa frequentarli compatibilmente con la vita lavorativa e famigliare; scuolabus per liberarle dalla schiavitù di andare a prendere i figli a scuola nelle ore di lavoro; possibilità di scaricare i soldi spesi per baby sitter, colf e badanti (in Paesi come la Francia e la Germania è la norma); detassazione degli alimenti ricevuti dai mariti separati (si! Perché su quelli, caso unico al mondo, si pagano le tasse, sappiatelo o donne della realtà che state leggendo questo articolo); servizi sociali e alloggi popolari per le madri single che sono un esercito; pensioni decenti durante la loro vecchiaia; assistenza domiciliare gratuita agli anziani, che invece magari gravano su di loro e sulla loro vecchiaia; radiobus prenotabili in tutte le città (ci sono solo a Milano) per andarle a prendere dove vogliono e all'ora che vogliono, consentendo uscite notturne senza rischi per la loro incolumità. E si potrebbe continuare a lungo.
 
Oltretutto, il sistema di premiare le donne solo perché donne, in realtà getta discredito sulle reali qualità politiche del genere femminile. Succede che, ogni tanto bisogna mettere qualcuno di sesso femminile in un posto di responsabilità (vera o apparente) e allora si scelgono personaggi improbabili perché “bisognava metterci una donna per forza”. Ma poi i nodi vengono al pettine. L’inadeguatezza delle signore in questione emerge, e getta discredito su tutte le altre. Vi ricordate il governo Monti, vi ricordate l’orgoglio con cui Mario Monti, al termine della lettura della lista, ha sottolineato il fatto di avere ben tre ministre di genere femminile. Una di loro, l’avvocato Paola Severino, è stata un eccellente ministro della Giustizia. E infatti ha un background professionale serio e solidissimo, tanto da essere spesso al vertice della classifica degli avvocati più pagati d’Italia. Le altre due, la Cancellieri e la Fornero, sono state paracadutate lì solo perché bisognava far vedere che ci si metteva una donna, e infatti hanno fatto una misera figura. Provocando danni (si pensi alla questione degli esodati, e alla terribile e iniqua riforma del welfare firmata dalla Fornero) anche a molte donne della realtà. Che cosa cambiava, rispetto alla sua inadeguatezza e incompetenza (è una professoressa di matematica applicata a questioni previdenziali e non una giuslavorista e poi, come si è visto, non ha idea di come funzioni un ministero), l’appartenenza al genere femminile della Fornero? Le sue famose lacrime? Il vantaggio del suo esser donna per le altre donne è stato questo?
 
Peraltro, la moda delle quote rosa sta creando una nuova categoria castal-parassitaria, le professioniste delle quote rosa, donne in carriera che militano in pseudoassociazioni per un’asserita promozione della parità di genere, in nome della quale, quando c’è una cadrega in ballo, loro sono generosamente disponibili a sacrificarsi. E godono di convegni e vetrine di vario tipo, senza che nessuno vada a scavare troppo sulle loro qualità  professionali. Dopo i professionisti dell’antimafia, adesso abbiamo le professioniste delle quote rosa. Almeno, i primi combattevano comunque per una causa seria e nobile, cioè la lotta alla criminalità organizzata.
 
In realtà, ci sono tante donne capaci, che con la loro determinazione e i contatti giusti arrivano dove vogliono. Personaggi come Letizia Moratti, Lia Sartori (presidente della Commissione industria del parlamento europeo, da molti ritenuta la migliore deputata italiana), Catia Bastioli (numero uno della Novamont, azienda protagonista mondiale nel settore delle bioplastiche), Emma Bonino, Monica Mondardini (ad del gruppo L’Espresso) non devono le posizioni conquistate certo al fatto di esser donna.
In campo aziendale, è poi ridicola la recente legge (promossa proprio da Alessia Mosca, che ne ha fatto un grande merito politico) sulla parità di genere nei consigli di amministrazione.
Il fatto (che pochi dicono, anche perché pochissimi lo conoscano) è che in Italia, la stragrande maggioranza dei consigli di amministrazione incidono poco sulla vita aziendale e sono organi di pura rappresentanza. Si riuniscono ogni uno-due mesi, per poche ore, e comprendono personaggi "esterni" che in genere non partecipano alla vita dell'azienda e che quando vanno in cda, se ci vanno, dovrebbero aver passato giornate a leggere centinaia di pagine per poter dire qualcosa con competenza di causa. Ma questo non avviene praticamente mai. Anche perché i gettoni di presenza ai cda (da 3000 a 20 mila euro annui) non remunerano un simile sforzo.
In azienda, chi conta veramente sono gli azionisti e il top management, non i componenti del consiglio di amministrazione. Non c'è alcuna decisione importante, o cambiamento importante avvenuto in aziende medio-grandi che sia merito del consiglio di amministrazione. Viene tutto deciso dagli azionisti o dal top management.
Prendiamo il caso della Fiat. Ma vi sembra che gli importanti cambiamenti che ha vissuto l'azienda in questi anni siano stati decisi anche solo in minima parte dal consiglio di amministrazione? Li hanno decisi gli azionisti (gli Elkann e gli altri componenti dell'Accomandita alla quale fa capo Exor e, a cascata tutto il gruppo) e il top manager Marchionne. Il cda ha solo ratificato.
E i cambiamenti e le decisioni sul funzionamento dell'azienda, vengono deliberati dalla prima linea di management, non dal cda.
Peraltro, in cda si va con il mandato di rappresentare gli interessi di un azionista, cioè di un investitore che possiede quote dell’azienda e che impone al “suo” o alla “sua” consigliere la linea di condotta. Altrimenti lo/la revoca. Che il rappresentante di tali interessi sia uomo o donna, non conta nulla. Se, per pura ipotesi, davvero si volessero imporre quote rosa al vertice (ipotesi davvero poco auspicabile) si dovrebbe imporre che metà della prima e seconda linea di management (direttori generali; direttori di funzione come il capo del marketing o degli acquisti; responsabili di area geografica) sia composta da donne.  Ma sarebbe troppo complicato, nella pratica. Meglio le quote rosa nei cda. Son più semplici e suonano meglio.

 

assone
 

*Filippo Astone è nato a Torino nel 1971, ed è laureato in Scienze Politiche con una tesi sul governo mondiale.A 21 anni è entrato nel mondo dei giornali, dove ha svolto una lunga gavetta, girando 25 redazioni diverse, tra cui Il Giornale, L'Espresso,
Milano Finanza, Epoca e tanti altri. 
Nel 1997 ha iniziato a far parte della redazione del Mondo, in newsmagazine di economia del Corriere della Sera, dove è stato
a lungo una delle firme più importanti, occupandosi prevalentemente di Confindustria, di interviste a protagonisti dell'economia, della 
vicende delle grandi aziende. Oggi fa parte della redazione di Rcs Multimedia News, la fucina di nuovi progetti multimediali del gruppo.
Nel 2009 ha iniziato una fortunata carriera di saggista, esordendo per Longanesi con Gli Affari di famiglia. Fatti e misfatti della nuova generazione
di padroni, un'impietoso ritratto del capitalismo italiano che ha provocato dozzine di articoli, recensioni, dibattiti televisivi. Nel 2010 ha fatto
il bis, sempre con Longanesi, pubblicando Il partito dei padroni. Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia. Nel 2011
sono usciti Italia Low Cost. Viaggio in un Paese che tenta di resistere alla crisi (Aliberti), e Senza Padrini. Resistere alle mafie fa guadagnare (Tea).
Nel 2013 ha pubblicato, ancora per Longanesi, La Disfatta del Nord. Corruzione, clientelismo, malagestione. 
Fra pochi giorni sarà in libreria il suo nuovo saggio, La Riscossa, dedicato alla riscoperta del mondo delle fabbriche e dell'economia reale (Magenes editore). 
Come opinionista, o per parlare dei suoi libri, è spesso ospite di trasmissioni radiofoniche e televisive.

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