Fine vita, il Veneto rompe gli schemi: quando le Regioni fanno ciò che il Parlamento non riesce a fare
C’è qualcosa di rassicurante e, contemporaneamente, di sconfortante nella legge sul fine vita approvata dal Veneto. Rassicurante perché anche il Veneto, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, ha deciso di mettere ordine in una materia sulla quale il Parlamento nazionale continua da anni a girare intorno. Questa volta a farlo è una regione governata dal centrodestra e non è un dettaglio, ma la dimostrazione che, quando si passa dalle tifoserie politiche alle persone in carne e ossa, le distanze ideologiche possono diventare molto più piccole di quanto raccontiamo ogni giorno.
Sconfortante perché viene da chiedersi ancora una volta perché debbano essere le regioni a fare quello che dovrebbe fare il Parlamento. Sul fine vita la Corte Costituzionale ha già tracciato un perimetro preciso (sentenze 242/2019 e 135/2024) e alcune regioni stanno cercando di trasformare quel principio in una cosa terribilmente banale: governare un problema. Ma è proprio questa banalità a diventare rivoluzionaria, perché il fine vita non è un tema da talk show.
È una persona immobilizzata in un letto, una famiglia che non sa più come assisterla, un medico che deve capire cosa può e cosa non può fare, qualcuno che vive una sofferenza che considera insopportabile e chiede allo Stato non necessariamente di condividere la sua scelta, ma almeno di ascoltarla e di garantire che una scelta, quando rientra nelle condizioni stabilite dalla legge, non venga lasciata in un limbo burocratico.
Le quattro regioni che hanno legiferato — Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e ora Veneto — hanno seguito strade parzialmente diverse, ma hanno affrontato sostanzialmente lo stesso problema, ovvero come rendere effettivo, attraverso il servizio sanitario, ciò che la giurisprudenza costituzionale ha già riconosciuto in determinate condizioni. Qui arriva la parte più interessante. A livello locale infatti la politica incontra la realtà fatta da anziani che non trovano assistenza, da famiglie che non sanno dove sbattere la testa, da disabili che aspettano risposte, da malati terminali che chiedono di non essere abbandonati.
La destra e la sinistra possono continuare a discutere all’infinito di filosofia, religione, morale e principi assoluti, soprattutto nelle aule parlamentari dove spesso dimenticano le realtà più indicibili fatte di sofferenze concrete che chiedono risposte immediate. Risposte che a livello locale più difficilmente si possono eludere. Personalmente penso che la vita appartenga prima di tutto a chi la vive e che, quando una persona è pienamente consapevole, quando esistono condizioni rigorose e quando la sofferenza è diventata per quella persona intollerabile, lo Stato debba avere soprattutto il compito di garantire libertà, dignità e protezione, non quello di sostituirsi alla sua coscienza.
Si possono avere opinioni diverse e convinzioni opposte, ma una cosa dovrebbe essere fuori discussione: non lasciare solo chi soffre. Allora ben vengano le regioni quando decidono, discutono, correggono, si confrontano e alla fine scelgono senza i paraocchi della coalizione. La cattiva notizia è che ancora una volta dobbiamo aspettare che sia la periferia della Repubblica a ricordare al centro che governare significa soprattutto risolvere problemi. Nei comuni e nelle regioni, dove le persone hanno un nome, un volto e una storia, la politica sembra ricordarsi che esiste il buonsenso.


