di Gianni Pardo
Che il futuro sia impenetrabile è una banalità. Sempre che ci si sia messi d’accordo sul tipo di futuro di cui si parla. Ci sono cose prevedibilissime (le eclissi) e cose del tutto imprevedibili (“Quando uscirà il 18 sulla ruota di Bari?”).
Per il futuro di un Paese si va dalla totale imprevedibilità – è il caso della Libia – alla normale prevedibilità: che la Gran Bretagna fra dieci anni sarà ancora una democrazia è una profezia che si può anche azzardare.
Se poi ci si pone il problema del futuro dell’Italia, si scopre quasi con raccapriccio che, come incertezza, siamo più vicini alla Libia che all’Inghilterra. Non che sia in pericolo la democrazia (almeno, speriamo!) ma certo siamo lontani dalla situazione che abbiamo vissuto per quasi mezzo secolo. Un tempo le certezze erano che c’era la Democrazia Cristiana al governo, il Partito Comunista all’opposizione, e il resto in dubbio. Poi, implosa l’Unione Sovietica e cancellata manu militari la Dc, non abbiamo avuto pace. Fra l’altro non l’ha avuta nemmeno il Partito Comunista che, privato della sua invincibile avversaria, non è stato capace di divenire egemone nel Paese. Prima è stato sconfitto da un dilettante che fino al giorno prima faceva un altro mestiere, poi ha collaborato miseramente con gli estremisti di sinistra, fino agli esiti tragicomici dell’ultimo governo Prodi, e infine è divenuto un partito socialdemocratico e confusionario. Tanto che c’è mancato poco fosse battuto dagli insulti qualunquistici di un comico.
E così siamo al presente. Oggi governa fruendo di una legge elettorale dichiarata anticostituzionale e al Senato, mentre l’opposizione interna morde il freno e lo sconfessa continuamente, sopravvive con l’appoggio di 78 (dicesi settantotto) senatori eletti nelle file dell’opposizione. Come se non bastasse, lo stesso Matteo Renzi non è stato eletto dal popolo, ma designato dall’alto, con la missione di “rottamare” il partito di provenienza. Come se non fosse già un rottame di suo. Attualmente il Primo Ministro è il capo di un partito ammutinato, sostenuto da una legione straniera composta di traditori, alla guida di un Paese stremato che non riesce a risollevarsi. Allegria.
Non sappiamo se questo governo completerà questa legislatura o se sarà al potere anche per quella seguente. Soprattutto non sappiamo se non salterà per una qualche crisi europea che potrebbe terremotare l’intera Unione. Ad andar bene non sappiamo che peso avrà il Movimento 5 Stelle, questa sfinge ottusa: potrebbe avere successo o scomparire, agire in una direzione o nell’altra, o continuare nella sua inazione vocazionale. Non sappiamo se il popolo cercherà ancora un polo di centrodestra cui aggrapparsi, o se siamo arrivati al partito unico della sinistra, il quale tuttavia – fatalmente, come tutti i vincitori – finirà con lo scindersi, facendo nascere dei partiti tutti più o meno di sinistra, e tutti inseriti in un’economia di mercato che non consente alternative.
Questo è un punto essenziale. L’attuale Pd è il primo partito – includendo nella lista anche la Dc e l’intero centrodestra – che sia riuscito a trattare i sindacati peggio che freddamente. Margaret Thatcher sosteneva che il socialismo “finisce quando finiscono i soldi degli altri”, e Renzi, col suo linguaggio ricercato, ai sindacati sembra dire proprio questo: non c’è più trippa per gatti. Non c’è più niente da chiedere e niente da rosicchiare. Bisogna soltanto nuotare con tutte le nostre forze per non affogare. E non è neanche detto che ci riusciremo.
Come se non bastasse, i sondaggi dicono che, riguardo al consenso, la maggioranza è sostenuta dal 40% della popolazione e osteggiata dal 60%. Come scriveva ieri un editorialista: “Non c’è più alcuna corrispondenza tra gli orientamenti del paese e la rappresentanza parlamentare”.
Ci sarebbe da essere angosciati se la stanchezza di un Paese parolaio, statalista, confusionario, corrotto e moralista nello stesso tempo, non inducesse a ricordare quelle parole: “Per quanti mali possano soffrire gli italiani, non ce ne sarà uno che non avranno meritato”. O anche le parole di una vecchia, stupida canzoncina: “Que será, será”.

