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Politica

Rosella Prezzo

Il movimento "cinque stelle" è nato e cresciuto, fino a raggiungere la valanga di voti che abbiamo visto abbattersi sulle  ultime elezioni politiche, sotto la bandiera ideale della rigenerazione della morale pubblica, del bene comune, della partecipazione attiva dei cittadini, dell'egualitarismo dell' "uno vale uno". Puro ossigeno, per un paese come il nostro letteralmente  asfissiato per la mancanza ormai cronica di questi elementi vitali. E moltissimi italiani vi si sono attaccati, come gli asfissiati alla bombola di ossigeno, per poter tornare a respirare. Ma, in men che non si dica (appena due mesi),  quello stesso movimento espansivo sta  mostrando  il fiato corto, dando la sensazione di produrre esso stesso un soffocamento.  Come spiegare questa repentina trasformazione?

Un inveterato automatismo induce immediatamente a individuare " il colpevole". E, qui, non c'è bersaglio più facile: il capo-Grillo, postosi ed espostosi prepotentemente al centro della scena,con le sue indubbie doti e capacità anche istrioniche, i suoi eccessi verbali e i suoi anatemi contro l'idolatria del "vitello d'oro". Grillo, che di quel Movimento (entità diventata ormai indefinita come l'Essere Supremo) continua a definirsi il megafono, ma al quale in realtà attribuisce un'unica voce, che egli interpreta convintamente nella verità dei suoi comandamenti.  Così, la voce dal basso,quella silenziata dalla politica dei partiti, quella dei cittadini comuni (cui Grillo dice di identificarsi, "sono uno di voi") , torna a loro come da un Fuori sacralizzato. E qui cominciano i guai...  tra chi se ne sente misticamente rafforzato e chi, molto più laicamente, se ne sente schiacciato, e deprivato nella propria libertà di pensiero e di azione.

Ma, al di là di un fenomeno politico che vira nel messianico (alla Casaleggio), al di là del primo attore che in questa rappresentazione  si fa re, varrebbe forse la pena di andare più al cuore della questione. Cioè a quel "comune" cui tutti si appellano: bene comune,  compartecipazione, comunità (che si vuole oggi rispecchiata nella moderna forma della Rete) ecc. Ora, a differenza dell'universale (concetto logico-filosofico), il comune è essenzialmente un concetto politico. Comune è ciò che viene condiviso nella sfera pubblica ed è chi partecipa a questa condivisione; e non in quanto per natura simile, ma in quanto aperto agli altri nel convivere, e a nuove forme possibili di convivenza. La vocazione della comunità non è quella di chiudersi ma di dischiudersi, perché è da questo dischiudersi che essa nasce. Ma la comunità mostra anche il suo rovescio quando si comincia a pensare che essa sia una proprietà supplementare che ne identifica i componenti, che sia il prodotto proprio degli individui che essa riunisce.  Ed è qui che si nasconde l'insidia più grande e la sua perversione: quell'elemento che apriva i suoi membri gli uni agli altri viene relegato alla condizione di proprietà comune, delineando così surrettiziamente una dimensione interna tutt'altro che aperta. Da qui la tendenza a rafforzarla; ma più lo si rafforza e più diventa esclusiva ed escludente. Si cade allora nella tentazione di fare del luogo comune il proprio luogo, il luogo del proprio, di considerare la condivisione della comunità come un privilegio esclusivo, che espelle fuori da sé ciò che gli fa difetto, s-comunicandolo . Ed proprio qui che la politica, intesa come dimensione fondamentalmente e necessariamente umana, si fa intrinsecamente anti-politica. Perché la relazione plurale, politicamente viva e vitale, si trasforma in dipendenza o in ripiegamento identitario. E la comunità (che sia o no in Rete, è del tutto indifferente) da mezzo e possibilità per discutere al meglio gli affari che riguardano tutti i componenti della polis (e anche i sempre nuovi arrivanti) diventa il valore in sé assoluto da difendere contro infiltrati, impuri, traditori, eretici che ne minerebbero e ne corromperebbero la purezza originaria.

Ma qui allora, ironia della sorte, non c'è più posto neanche per il comico, per la sua forza dirompente di ridere la verità. Rimane solo il ghigno, la maschera dello scherno dettato dal disprezzo verso gli altri, messi alla pubblica gogna. Una fine ben triste per il comico.
 

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