Nel Paese delle due Chiese, quella cattolica (ex Democrazia Cristiana ed eredi) e quella comunista (ex Partito Comunista Italiano ed eredi), in anni di intensificazione della deriva statalista-centralista-tecnocratica, del resto necessità virtù nella democrazia della società affluente (per intenderci, senza scomodare il salsicciaio di Aristofane, i politici lanciano l’idea, meglio che siano quattro tecnocrati a Roma a tradurla evitando disastri), la rivoluzione liberale di Stefano Parisi, che a differenza di quella di Silvio Berlusconi prevede il federalismo, anche fiscale, e vuole rifondare il centrodestra rifondando Forza Italia, potrebbe essere copernicana.
Il nodo è dove prendere voti. Proprio in nome di quel principio del liberalismo (il federalismo, fiscale incluso), si guardi al Nord. E non si temano paure di chi ha mentalità rigidamente statalista-centralista (il berlusconismo fin nel nome del partito aveva nell’unità nazionale un suo fondamento, il dna dei suoi esponenti politici ne è segnato, ma si può ed è giusto cambiare).
I numeri sono dalla parte del Nord. La popolazione delle sue Regioni (Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia-Giulia, Emilia Romagna) è pari a oltre il 45% del totale nazionale. Il Pil del Nord superiore alla somma di quelli del Centro (Toscana, Marche, Umbria, Lazio) e del Sud (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna).
Superfluo ricordare che l’unità nazionale e il principio di solidarietà tra le Regioni sarebbero rafforzati da tale federalismo. Per esempio, il sostegno alle zone terremotate del Centro Italia sarebbe pari o maggiore di quello eccezionale di questi giorni.

