Il sisma che sta mettendo in ginocchio alquanta parte del Centro Italia con decine di migliaia di sfollati e con le scosse che continuano dal 24 agosto a oggi, è – si accolga se si fanno differenze – particolarmente sinistro perché non si era abituati a una simile periodicità.
Il terremoto è generalmente percepito come un’emergenza. Di tanto in tanto arriva la tragica notizia di un sisma in una parte del mondo (Cile, Giappone, Haiti, Nepal…). La comunità internazionale si mobilita. In questo caso italiano, con l’eccezione del primo terremoto, gli aiuti internazionali si sono visti in tono minore. Come se si pensasse: aspettiamo che finisca, poi interveniamo.
A ciò contribuiscono anche i media, che da agosto a oggi – giustamente – trasmettono immagini delle zone del sisma. Ma come insegna il mestiere del giornalismo, la notizia è una. Un cittadino del mondo, un americano, un indonesiano, un russo, non capiscono: di quale terremoto stiamo parlando in Italia? Quando è iniziato? Quando è finito?
Di qui anche il malinteso tra Italia e Ue sull’approvazione del bilancio italiano. L’Italia chiede di sforare quanto pattuito, di accogliere il 2,4 del deficit/Pil per via dei migranti (altra enorme tegola caduta sul Paese che poteva essere di dimensione minore se si usava maggiore severità invece di un approccio francescano) e adesso del sisma.
L’Unione europea non si sbilancia. Riceve le spese per la ricostruzione ma non per la messa in sicurezza di tutte le scuole italiane, volendo forse escludere quelle delle zone a basso rischio sismico. Ma Bruxelles ha fatto un’apertura: ha parlato di “prevenzione”, concetto diverso da quello di “emergenza” per cui l’Unione prevede eccezione alla regola. Venendosi incontro, per esempio chiedendo all’Europa i soldi per tutte le scuole delle zone a rischio medio/alto, anche quelle non interessate da questo terremoto, potrebbe essere un buon compromesso.

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