Il Veneto approva la legge sul suicidio assistito
Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato oggi la legge che disciplina tempi e procedure dell’assistenza sanitaria regionale al suicidio assistito. Il testo è passato con 32 voti favorevoli, 14 contrari e 5 astenuti, al termine di due giorni di discussione in aula e di un braccio di ferro interno alla maggioranza che si è chiuso con la spaccatura del centrodestra.
Il Veneto diventa così la quarta regione italiana a dotarsi di una normativa del genere, dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. È però la prima amministrata dal centrodestra, e questo trasforma un voto regionale in un caso politico nazionale: Lega e Forza Italia hanno votato con Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, mentre Fratelli d’Italia e il gruppo Futuro Nazionale, riconducibile a Roberto Vannacci, si sono opposti fino all’ultimo emendamento.
Cosa prevede la legge
Il provvedimento nasce da una proposta di iniziativa popolare promossa in tutta Italia dall’Associazione Luca Coscioni, la stessa che ha fatto da modello ai testi già approvati nelle altre tre regioni. Non introduce un nuovo diritto — quello discende dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019 sul caso Cappato-Antoniani — ma stabilisce come il servizio sanitario regionale debba gestire le richieste che gli arrivano: chi le riceve, entro quanto tempo deve rispondere, quale commissione medica multidisciplinare valuta le condizioni del paziente e con quale ruolo interviene il comitato etico, il cui parere favorevole resta la condizione indispensabile per procedere.
Restano invariati i quattro requisiti fissati dalla Consulta: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche giudicate intollerabili dal paziente, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.
Il presidente della Regione Alberto Stefani, alla sua prima prova d’aula su un tema eticamente sensibile, ha rivendicato una serie di emendamenti sul rafforzamento delle cure palliative e del supporto psicologico, e ha insistito sul fatto che la legge si muove “dentro il perimetro indicato dalla Corte costituzionale”, affidando a commissioni territoriali e a un comitato etico regionale il compito di definire le linee guida operative.
I numeri veneti
A pesare sul dibattito sono state anche le dimensioni reali del fenomeno. Il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia ha ricordato che dal 2019 in Veneto sono state presentate 31 richieste di accesso al suicidio medicalmente assistito, e che soltanto tre hanno ottenuto l’autorizzazione del comitato etico. “Era doveroso dare una risposta a quei pochissimi pazienti che si presentano”, ha detto, definendo il voto “una decisione complessa e profonda” e la legge un provvedimento “di civiltà”.
Zaia ha anche rovesciato sul Parlamento la responsabilità politica dell’iniziativa regionale: se esistesse una legge nazionale che dà attuazione alla sentenza della Consulta, ha argomentato, il Consiglio veneto non avrebbe avuto bisogno di legiferare. È il punto su cui, da sette anni, si è arenato ogni tentativo di intesa a Roma.
Lo scontro in aula
Il fronte del no ha usato toni durissimi. Dai banchi di Fratelli d’Italia il provvedimento è stato descritto come espressione di una “cultura della morte” e come un “blitz ideologico” della sinistra reso possibile dai voti della Lega. Nella seduta di ieri il centrodestra si era già diviso su una questione procedurale: la richiesta di rinviare il testo in commissione, respinta con 31 voti contro 16 grazie alla convergenza tra Lega, Pd, M5s e Avs.
Non è la prima volta che il Veneto affronta la questione. Nel gennaio 2024 una proposta analoga era stata bocciata per un solo voto, in un’aula allora spaccata in modo speculare. Due anni dopo, lo stesso Consiglio ha invertito l’esito.
Il nodo della Corte costituzionale
Resta aperto il capitolo dei ricorsi. Il governo ha impugnato la legge toscana, la prima approvata in Italia, e il 30 dicembre 2025 la Corte costituzionale si è pronunciata con una decisione a due facce: ha riconosciuto che le regioni possono intervenire sui profili organizzativi e procedurali, salvando l’impianto della legge, ma ha dichiarato illegittime le norme che fissavano i requisiti di accesso, quelle che imponevano termini troppo stringenti alle aziende sanitarie, la previsione di delegati del paziente e la definizione di nuovi livelli di assistenza, tutte materie di competenza esclusiva dello Stato.
È il perimetro entro cui dovrà reggere anche il testo veneto, che i promotori sostengono essere stato scritto tenendo conto proprio di quella pronuncia. Il governo ha ora sessanta giorni per decidere se impugnarlo davanti alla Consulta — una scelta resa politicamente più scomoda dal fatto che, questa volta, la legge porta anche la firma della Lega.


