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Politica

di Marco Cucchini*

Una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza democratica e governabilità è nell’interesse del paese e delle sue istituzioni. Senza alterare le fondamenta dell’Italicum, si potrebbero inserire tre modifiche che meglio rispecchierebbero lo spirito della sentenza della Corte costituzionale.

L’ITALICUM E LA SENTENZA DELLA CORTE

L’Italicum non sarà mai il sistema elettorale più bello del mondo: questo è assodato, ma non esime dal tentare vie per migliorarlo, perché una legge elettorale capace di coniugare rappresentanza democratica e governabilità è nell’interesse del paese e delle sue istituzioni.
 Non riporto qui i contenuti e le frasi molto severe utilizzate dalla Corte costituzionale nella sentenza del gennaio 2014 sulla legge elettorale attualmente in vigore. Nell’arco di un anno, quella sentenza è stata analizzata dettagliatamente dai più importanti costituzionalisti italiani e ritornarci sarebbe solo ripetitivo. Mi limito a focalizzare l’attenzione su tre modifiche all’impianto dell’Italicum che – senza alterarne le fondamenta – contribuirebbero a renderlo maggiormente in linea con lo spirito della sentenza della Corte.

I CAPOLISTA BLOCCATI

Il testo in discussione prevede che l’elezione della Camera dei deputati avvenga dividendo il territorio nazionale in cento circoscrizioni. In ciascuna, il capolista di ogni partito in grado di conquistare almeno un seggio verrebbe eletto automaticamente, mentre gli eventuali ulteriori eletti sarebbero individuati attraverso il ricorso alle preferenze. Si produrrebbe nei fatti una Camera con circa il 60-65 per cento di deputati nominati direttamente dai segretari dei partiti e questo – accoppiato con un Senato non più a elezione diretta – può portare a una grave compressione delle basi rappresentative delle nostre istituzioni.
 Per porvi rimedio, sarebbe sufficiente prendere sul serio il presidente del Consiglio quando dice – spesso e con consapevole imprecisione – che l’Italicum è “un Mattarellum con le preferenze”. Si potrebbero cioè trasformare i cento capolista in veri collegi uninominali e procedere all’assegnazione dei seggi con un sistema simile – alla lontana – al modello tedesco:
1.l’elezione della Camera dei deputati avverrebbe sulla base di cento circoscrizioni e riparto nazionale dei resti;
2.vi sarebbe un “candidato di collegio” per ogni circoscrizione e una lista di candidati alternati per genere;
3.l’elettore disporrebbe di due voti: quello per il candidato di collegio e quello per il candidato di lista, potendo esprimere fino a due preferenze differenziate per genere;
4.in ogni circoscrizione il vincitore del collegio uninominale risulterebbe eletto;
5.i rimanenti seggi sarebbero attribuiti proporzionalmente ai partiti, sulla base delle preferenze individuali ottenute.

La modifica farebbe crescere il valore dell’indicazione dell’elettore e cancellerebbe la polemica sulle liste bloccate, dal momento che il vero problema non è l’indicazione del candidato da parte del partito, quanto la certezza della sua elezione a prescindere dal suo effettivo seguito elettorale.

UNA SALVAGUARDIA DEMOCRATICA

L’esperienza degli ultimi mesi testimonia che il distacco della cittadinanza dalla classe politica ha superato il livello di guardia. I cittadini non si iscrivono quasi più ai partiti, i gazebo delle primarie vanno deserti o presentano esiti discutibili, le tornate elettorali amministrative di fine 2014 hanno mostrato un crollo di affluenza oltre il livello di guardia, con il dato dell’Emilia Romagna (38 per cento di votanti) tale da far tremare i polsi.

 Che accadrebbe alle elezioni politiche? È vero che i sondaggi – per citare Shimon Peres – sono “un liquido che va annusato e non bevuto”, ma qualche indicazione di massima la forniscono. E i dati degli ultimi mesi sono quasi unanimi: se si dovesse votare oggi, l’affluenza sarebbe tra il 45 e il 55 per cento. Vogliamo essere ottimisti e immaginare un 60 per cento? Considerando anche che nessun partito raggiungerebbe il 40 per cento dei voti, il ballottaggio per l’attribuzione del premio appare l’ipotesi più probabile. Ma anche quella più problematica dal punto di vista della lettura della rappresentanza data dalla Corte, che nel gennaio 2014 era stata chiarissima, sottolineando l’illegittimità non tanto di un meccanismo premiale di per sé, quanto di “una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica (…) e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l’art. 1, secondo comma, Cost.”. Cioè, il Parlamento deve essere in grado di esprimere una maggioranza politica per il governo, ma deve essere anche rappresentativo e se il sistema produce un eccesso di disproporzionalità nei suoi esiti, allora è in pericolo uno dei fondamenti del “nucleo duro” della nostra Costituzione, quello della piena sovranità popolare.

 Se analizziamo i dati storici dei ballottaggi degli ultimi anni, vediamo che il secondo turno registra una contrazione dell’affluenza, quando non un vero e proprio tracollo. Nelle amministrative 2014, ad esempio, i dati dei comuni capoluogo dove si è andati a ballottaggio mostrano un calo medio di votanti tra primo e secondo turno di circa un terzo. Ipotizzando un possibile comportamento analogo, al secondo turno delle politiche potrebbe votare una percentuale del 35-40 per cento. A questo punto, il premio del 55 per cento verrebbe attribuito a una forza politica con un consenso reale attorno al 20 per cento. Magari una forza antisistema (in tempi di volatilità elettorale elevata non è da escludere), che in un colpo solo avrebbe la maggioranza della Camera politica e i numeri per eleggere gli organi di garanzia.

 Per questa ragione, la seconda modifica dell’Italicum dovrebbe essere una clausola di non attribuzione del premio qualora al ballottaggio si rechi a votare una percentuale di elettori inferiore al 50 per cento, perché l’esigenza della governabilità non può spingersi fino allo stravolgimento dei sistemi di pesi e contrappesi democratici.

IL CONTROLLO PREVENTIVO

Abbiamo vissuto per un anno la polemica sul “Parlamento illegittimo”. È una polemica infondata dal punto di vista costituzionale (la Corte ne ha spiegato le ragioni) ma motivata dal punto di vista etico. Prevedere un meccanismo di controllo di costituzionalità preventivo sulle leggi elettorali appare di buon senso, una garanzia democratica nel momento in cui si rafforza la natura maggioritaria del sistema. Il Governo è contrario, ma le ragioni non sono note.

 Ovviamente, si può replicare che queste modifiche non sono previste dagli accordi Renzi-Berlusconi. Ma allora diciamolo chiaro che tutti i manuali di diritto costituzionale oggi in commercio vanno rottamati, perché nessuno di loro indica il “patto del Nazareno” al vertice del sistema delle fonti.

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