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La notizia non giunge inaspettata. D'altra parte l'esito della camera di consiglio della Giunta del Senato era scontato da tempo. La vera partita per Silvio Berlusconi si giochera' ora in Aula, ma anche in questo caso il Cavaliere non si fa molte illusioni: il Pd non si lascera' sfuggire l'occasione di buttarmi fuori da palazzo Madama, e' la convinzione. Con i suoi ribadisce l'intenzione di lottare fino all'ultimo, anche se chi ha avuto modo di parlarci oggi lo descrive profondamente provato.

Ma, almeno sulla carta, il Cavaliere - in un misto tra rabbia e amarezza - indossa i panni del combattente. E la dura reazione affidata ad una nota non si fa attendere. Stesso strumento a cui ricorrono i tre legali dell'ex premier, Coppi, Ghedini e Longo, che parlano di "gravissimo precedente che mina profondamente la storia democratica del Paese e lo stato di diritto". Non e' da meno l'intero partito, senza distinzione tra falchi e colombe, scissionisti o lealisti, alfaniani o berlusconiani. E' un coro unanime di sostegno e vicinanza al leader, con i ministri pidiellini che nel tardo pomeriggio si recano a palazzo Grazioli, ai quali l'ex premier ribadisce la necessita' di restare uniti e di non farsi attrarre dai propri tornaconti personali.

Cio' che invece si discosta dal recente passato e' che nessuno dei pidiellini, siano essi appartenenti a una fazione o all'altra, pronuncia una sola parola contro il governo - una delle condizioni imposte da Alfano per evitare la spaccatura - o ne lega la sopravvivenza alla decadenza del Cavaliere. Idem per quel che riguarda il Colle, fino a pochi giorni fa bersaglio di dure invettive da parte dell'ala dura del Pdl, che sfoga la rabbia sul Pd.

Lo stesso Berlusconi, nella dichiarazione diffusa alla stampa, si limita a sparare a zero contro la decisione della Giunta, che definisce "indegna" e "frutto non della corretta applicazione di una legge ma della precisa volonta' di eliminare per via giudiziaria un avversario politico che non si e' riusciti ad eliminare nelle urne attraverso i mezzi della democrazia". Destinatario dell'affondo il Pd, anche se l'ex premier si guarda bene dal nominare gli alleati di governo. Anche nell'attacco, Berlusconi 'vola alto' e parla di "democrazia di un Paese che si misura dal rispetto dalle norme fondamentali poste a tutela di ogni cittadino". Ebbene, per Berlusconi "oggi sono venuti meno i principi basilari di uno stato di diritto".

L'unico risultato, per cosi' dire 'positivo', il primo si' alla decadenza del Cavaliere lo ottiene, almeno in superficie: il Pdl si ricompatta attorno al suo leader. Ma senza dover scavare molto, le tensioni emergono e non accennano a diminuire, con i lealisti che, seppur zittiti dallo stesso 'capo', continuano a riunirsi e a studiare le mosse per evitare di essere estromessi dai punti chiave guadagnati nell'ultimo anno e che, riferiscono nel Pdl, lo stesso Cavaliere sarebbe pronto a mettere in discussione. Proprio cio' che gli alfaniani vogliono, 'smantellare' l'attuale assetto. Berlusconi ascolta il 'verdetto' della Giunta a palazzo Grazioli, assieme al segretario Angelino Alfano e ai capigruppo Brunetta e Schifani, con i quali resta riunito per quasi tre ore. Tre ore in cui si ripete il copione di un Cavaliere pronto a tutto pur di non veder deflagrare il partito, tanto che l'appello all'unita' lanciato oggi dal falco Bondi, viene spiegato, e' stato vergato sotto dettatura del leader.

Ma per gli scissionisti - che seppur congelato il progetto di dar vita a nuovi gruppi mantengono ben in vista sul tavolo la pistola pronta a sparare - non e' sufficiente un appello, cosi' come non basta la garanzia offerta dal Cavaliere di aver depotenziato i falchi. I posti chiave, sia nel partito che nei palazzi, devono ora essere occupati dagli alfaniani. E cosi', nessuna concessione sull'ipotesi di affiancare come vice al segretario una figura 'intermedia' tra lealisti e scissionisti. Insomma, nessun compromesso al ribasso: l'obiettivo, del resto, e' scalare dall'interno le vette del partito e, semmai, costringere l'ala dura a lasciare, si prendano pure Forza Italia, e' il ragionamento.

Ad Alfano Berlusconi chiede di non strappare, non ce ne e' bisogno - e' la riflessione fatta al 'delfino' - il partito e' gia' nelle tue mani. E per dar prova che il suo intento e' genuino, impone ai falchi non solo di abbassare i toni, ma anche di rimanere defilati, magari prologo di prossime decisioni sugli assetti del partito. Del resto, non e' certo un mistero che gli alfaniani abbiano chiesto al Cavaliere di sacrificare sull'altare dell'unita' del partito le teste di Santanche', Verdini, Capezzone e Brunetta. Dal 'repulisti' si salverebbe forse in extremis Schifani. In caso contrario, circola gia' (senza alcuna conferma ufficiale) il nome di Paolo Romani come suo sostituto alla guida del gruppo al Senato. Per la poltrona di Brunetta, invece, le 'colombe' potrebbero indicare Enrico Costa.

Era gia' previsto come inevitabile corollario della fase piu' dura del confronto tra 'falchi' e 'colombe'. Perche' quando si parla di scissioni e nuovi gruppi parlamentari, poi e' sul simbolo che si concentra l'attenzione dei contendenti, e si finisce tra carte, avvocati e, ancora una volta tribunali. E allora ecco la nota in cui si rende noto che "l'ex segretario della Dc per le Autonomie, Gianfranco Rotondi, ha affidato all'avv. Maurizio Dell'Unto del Foro di Roma l'incarico di procedere per tutelare i diritti del proprio partito, socio costituente del Pdl". "Non e' un atto di ostilita' - chiarisce l'ufficio stampa di Rotondi - ma i giornali riportano decisioni riguardanti il Popolo della Liberta' e, nel caso in cui la vicenda finisca in Tribunale, e' corretto compiere atti di tutela a favore dei soci e del personale della Democrazia Cristiana per le Autonomie".

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