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Politica
La De Micheli nel mirino del M5s. Caos trasporti, “La ministra che fa?"
(fonte Lapresse)

Non sono passate neppure ventiquattro ore dall’entrata in vigore dell’ultimo Dpcm per fronteggiare l’emergenza Covid che già può essere ribattezzato il decreto della discordia. E non solo per la contrarietà delle categorie più penalizzate dal provvedimento, a cominciare da ristoratori, baristi e lavoratori del mondo della cultura. Nello stesso governo, infatti, non mancano scetticismo e distinguo. Tanto per cominciare tra le misure varate si segnala un grande assente e cioè i trasporti. Ed è su questo tema che soprattutto il Movimento cinque stelle si sta accanendo. “Ma come - dice ad Affaritaliani.it un parlamentare M5s -, anziché concentrarsi sul problema numero uno e cioè gli spostamenti, si scarica tutto ancora una volta sulla scuola?”. Parole cui fa eco un altro pentastellato che riflette: “Si potenzia lo smart working anche oltre il 50 per cento nella Pa e lo si incoraggia per i privati, si apre alla didattica a distanza fino al 75 per cento per le scuole superiori, ma non si risolve il problema alla radice. E il problema alla radice è costituito dai trasporti pubblici. Scommettiamo che se al Mit fosse ancora seduto Danilo Toninelli a quest’ora le richieste di dimissioni sarebbero fioccate?”.

Insomma, il Movimento, che durante il primo lockdown ha visto finire nel mirino il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina, adesso non rimane in silenzio. “Anche perché - si osserva - le cassandre della vigilia sulla scuola sono state tutte smentite. E’ stato così per gli esami di maturità e soprattutto per la ripresa delle lezioni in presenza, visto che tutto sommato il livello di contagi è rimasto contenuto”. Va giù ancora più pesante una pattuglia di senatori Cinque stelle dell’Emilia Romagna, composta da Maria Laura Mantovani, Gabriele Lanzi, Marco Croatti e Michela Montevecchi, che attacca a muso duro: “Siamo arrivati al punto che è il ministro dell'Istruzione Lucia Azzolina a dover chiedere conto alle Regioni come vengono spesi i 300 milioni di euro che il governo ha messo a disposizione per i trasporti. Ma la ministra De Micheli dov'è finita? Che fa? Perché non la si vede mai?".

In effetti, dei 300 milioni stanziati - che tra l’altro non sono le uniche risorse dedicate al settore, visto che sono da aggiungere a precedenti impegni per 1,2 miliardi da quando è iniziata la pandemia  - ne sono stati spesi solo 120. Cifre di fronte alle quali i senatori dell’Emilia Romagna hanno gioco facile nell’incalzare la titolare del Mit e le Regioni, chiedendosi che fine hanno fatto le rimanenti risorse. E poi ancora: “Le Regioni cos'hanno concluso? Chi le controlla? Chi organizza cosa? La ministra dei Trasporti De Micheli a cosa sta pensando? Cosa ha fatto finora?”. Non senza chiamare lei a risponderne in Aula e il presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini “nella commissione preposta”.

Che non tutto il possibile sia stato fatto sul fronte trasporti, tra l’altro, lo si riconosce nello stesso Partito democratico, formazione politica di provenienza di Paola De Micheli. Non più tardi di ieri, infatti, il capogruppo dem alla Camera Graziano Delrio, intervistato dal Fatto Quotidiano, ammetteva che “quello che non è stato preparato adeguatamente sono i trasporti e gli aiuti ai medici di medicina generale”. E, in effetti, qualcosa in più si poteva fare. A cominciare da un ricorso maggiore a bus turistici e mezzi privati in generale che ancora oggi sono utilizzati solo in piccola parte: fino a ora, come ha riferito la settimana scorsa in Aula il ministro per i Rapporti per il Parlamento Federico D’Incà, “sono stati impiegati 1.770 bus privati che hanno garantito il potenziamento di 4 mila tratte". Ed è proprio su tale aspetto che un insider del Movimento osserva: “Il Mit poteva almeno avere un ruolo di regia per finalizzare o incentivare accordi a livello regionale e comunale”.

Tirando le somme, dunque, questo Dpcm si sta rivelando una vera e propria miccia pronta a esplodere nella compagine di governo. Con i trasporti a fare da detonatore. Sì, proprio da detonatore. Perché, a ben vedere, il provvedimento risulta indigesto ai più nella maggioranza. “La verità è che un po’ tutti gli alleati - spiffera una fonte ben informata - si interrogano sulla reale efficacia delle misure appena varate”. L’interrogativo insistente è il seguente: “Ma non era forse meglio puntare direttamente a interventi più drastici, anziché rischiare di penalizzare solo alcune categorie e invano?”. La paura, raccontano ad Affaritaliani, “è che questo provvedimento risuoni come un accanimento verso i ristoratori e che alla fine si sarà costretti a chiudere tutto”. Timori e contrarietà che, poi, i singoli alleati declinano ciascuno a suo modo. Si passa così dai Cinque stelle che cavalcano, appunto, la battaglia sul nodo trasporti o chiedono con forza ristori immediati per le categorie penalizzate, a Italia viva che, invece, si intesta subito una battaglia a viso aperto e controcorrente, annunciando, con il leader Matteo Renzi, di voler chiedere al premier di modificare il Dpcm.

 

 

 

 

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