Questa vicenda del Mes, comunque la si pensi, segna definitivamente (ma forse non ce n’era bisogno) l’ascesa di Giorgia Meloni a leader di rango nazionale che può e deve ambire al ruolo di presidente del Consiglio in caso di elezioni politiche anticipate. Una donna che studia in modo approfondito i dossier fino all’ultima virgola, che non si perde in comizi buoni per la diretta televisiva e via web quando interviene alla Camera entrando direttamente nel cuore del problema con competenza e serietà inchiodando gli avversari politici con i fatti e non con gli slogan.
D’altronde non è un caso se Fratelli d’Italia è passata dal 4,3% delle Politiche 2018 al 6,4% delle Europee 2019 fino alla doppia cifra di oggi nei sondaggi, sfiorando l’11% e doppiando ormai Forza Italia. Che si parli di immigrazione, Europa, tasse o giustizia la Meloni ha sempre e comunque l’approccio pragmatico e mai ideologico. La leader di FdI – ed è il merito principale – può orgogliosamente e a ben ragione guardare in faccia Matteo Salvini e Silvio Berlusconi e rivendicare la forza della propria coerenza, che come si vede alla lunga paga.
La Lega si è presentata con il Centrodestra e ha governato un anno abbondante con i 5 Stelle, l’ex Cavaliere ha fatto il Patto del Nazareno e ha sostenuto Enrico Letta premier con il Pd, la Meloni si è sempre attenuta al mandato popolare ricevuto nelle urne. Una virtù rara oggi, specie nella politica del trasformismo e dei voltagabbana. Il sovranismo oggi non è più solo quello del Carroccio e del Capitano, ormai è a due voci. E la voce della Meloni – che sul Mes ha avuto la forza di mettere insieme l’opposizione di Centrodestra scrivendo una risoluzione unitaria – rischia perfino di offuscare quella di Salvini. Forse in Via Bellerio dovrebbero iniziare a preoccuparsi della concorrenza che arriva da destra.

