Di Gianni Pardo
Tommaso Marinetti diceva che “la guerra è la sola igiene del mondo”. Della guerra si parla così, a vanvera, solo quando non la si è conosciuta. Nessuno avrebbe detto quell’insultante sciocchezza nel 1919. Ma è vero che, quando ci si annoia – o quando i mali di cui si soffre, pur senza essere tragici, sono gli stessi da molto tempo – si comincia a sognare un cambiamento, anche violento. Uno scossone che rimetta in moto la storia. È il sentimento di molti, in Italia. Assistiamo nauseati alle stesse vacue logomachie di sempre; all’eterno scontro fra berlusconiani e antiberlusconiani; alle insulse beghe interne del Pd; ci parlano di mirabolanti riforme; siamo inondati di promesse riguardo all’economia e tuttavia, mese dopo mese, ci accorgiamo di essere allo stesso punto di prima. Che avesse ragione Marinetti? Che tutto sia colpa di una classe politica composta da imbecilli mangiapane a ufo, gente che bisognerebbe rimandare a casa? Purtroppo, la stessa presenza in Parlamento del Movimento 5 Stelle basta a mostrare quanto poco ci sia da guadagnare, con i “politici nuovi”. La realtà è molto più seria. La nostra crisi non dipende da ciò che vorranno o potranno fare Enrico Letta e gli altri. Il nocciolo del problema è che il modello politico, sociale ed economico dell’Italia è obsoleto. Per questo non usciamo dalla recessione. Non è cambiando i finimenti del cavallo che andremo alla stessa velocità di quelli che sono passati all’automobile. Siamo abituati a vivere al di sopra dei nostri mezzi e non vogliamo cambiare nulla. Come se non bastasse, abbiamo perso la possibilità di usare la leva monetaria e il popolo è ostile anche alle riforme che finanziariamente non costano niente. Infine da un lato siamo sommersi di tasse e imposte, dall’altro settanta-novanta miliardi del gettito li buttiamo nel pozzo nero degli interessi del debito pubblico. Dunque nella situazione presente molti si annoiano e molti sono disgustati, eppure dovremmo sapere che questo è forse l’ultimo tempo di pace. Piuttosto che lamentarcene dovremmo imparare a benedirlo, a sperare che duri, e che gli dei ci concedano ancora il beneficio di essere ciechi dinanzi al baratro verso cui corriamo.
La notizia di oggi è che abbiamo raggiunto i 2.075 miliardi di debito pubblico, mentre un paio d’anni fa, salvo errori, eravamo a 1.985. E di che cosa discute l’Italia, qual è il problema che fa scorrere fiumi di saliva e mette a rischio il governo? L’abolizione dell’Imu. Costo, 4,5 mld. Quattro miliardi e mezzo a fronte dei novanta circa del recente aumento del debito, un ventesimo. Se poi paragoniamo quei fatali 4,5 mld al debito pubblico, il rapporto è di uno a quattrocentosessantuno. Come si può sperare di tirare avanti all’infinito, aumentando costantemente ciò che dobbiamo ai risparmiatori, senza che un giorno o l’altro essi si allarmino, presentino i loro pezzi di carta all’incasso e si accorgano che sono soltanto pezzi di carta? Qualcuno, ferreamente ottimista, cita il caso del Giappone che non pare a rischio, e che tuttavia è oberato da un inimmaginabile debito pubblico che supera il 240% del pil. Ma non è detto che il parallelo possa consolarci. A parte il fatto che del fondamento di questo ottimismo è lecito dubitare, non bisogna dimenticare che Tokyo è padrona del suo yen. Se i risparmiatori vogliono essere rimborsati basta far girare le rotative e la carta non è carissima; mentre noi, con l’euro, abbiamo solo la libertà di lamentarci. Inoltre il debito pubblico nipponico è in mano ai giapponesi per il 90%, mentre ci sono circa settecento miliardi italiani in mani straniere. Se domani costoro si allarmassero, se le Borse e le banche non assorbissero i titoli che emettiamo per rimborsare i titoli in scadenza, quanto ci metterebbe il mondo a dichiarare il nostro fallimento? Né si può sognare un salvataggio europeo. L’Italia è troppo grossa perché un salvagente la possa tenere a galla. Ci si è provato con la Grecia, che è molto più piccola, ma da un lato i competenti la dichiarano tecnicamente fallita, dall’altro sappiamo a che prezzo essa è ancora nell’euro. E tuttavia per un gigante come il nostro Paese manovre dello stesso tipo sarebbero finanziariamente impossibili. Insomma non diciamo male del presente. Un giorno, magari presto, potremmo rimpiangerlo.
pardonuovo.myblog.it
