La nuova legge elettorale? Finalmente possiamo smettere di parlarne
Ebbene sì, la nuova legge elettorale è stata approvata. E sapete qual è la notizia migliore? Non il premio di maggioranza, non le preferenze, non le soglie di sbarramento. La notizia migliore è che, almeno per i prossimi cinque anni, non dovremo più sorbirci l’ennesimo dibattito sulla legge elettorale.
Lasciamo ai politologi, ai costituzionalisti e agli appassionati della materia il piacere di discutere se questa sia migliore o peggiore delle precedenti. Le biblioteche universitarie sono piene di manuali di scienza politica che spiegano pregi e difetti di ogni sistema elettorale immaginabile.
Alcuni privilegiano la rappresentanza, altri la governabilità. Alcuni producono maggioranze solide ma comprimono il pluralismo, altri fotografano fedelmente un paese ma rendono più complicata la formazione dei governi. Il problema è che esiste un dettaglio ostinato che sfugge a tutti gli ingegneri elettorali: gli elettori.
Perché, alla fine, chi entra nella cabina elettorale non vota una formula matematica. Vota un simbolo, un partito, una leadership. E quel simbolo, puntualmente, manda all’aria le sofisticate architetture costruite nei palazzi. La storia italiana è piena di leggi elettorali pensate per favorire qualcuno e finite per premiare qualcun altro.
Ogni maggioranza è convinta di aver finalmente trovato il meccanismo perfetto, quello capace di garantire stabilità, governabilità e magari anche un piccolo vantaggio competitivo. Poi arrivano gli elettori e, con una matita copiativa, riscrivono il finale. Del resto basta guardare fuori dai nostri confini.
Per anni ci è stato raccontato che il sistema britannico, con i collegi uninominali, fosse il paradigma della governabilità: poca rappresentanza, governi forti, alternanza chiara. Eppure negli ultimi anni il Regno Unito ha conosciuto una successione di crisi politiche e cambi di premier che farebbero impallidire molti sistemi proporzionali.
Segno che non è la legge elettorale, da sola, a garantire la stabilità. Conta la qualità della politica, la credibilità delle classi dirigenti e, soprattutto, il rapporto di fiducia con gli elettori. Se questi elementi vengono meno, nessun algoritmo elettorale può fare miracoli. Per questo va accolta la nuova legge elettorale con sereno realismo senza considerarla la soluzione definitiva, né la causa di tutti i mali.
È semplicemente una legge. Come tutte le altre, sarà celebrata dai suoi sostenitori, demonizzata dagli avversari e probabilmente criticata dagli stessi che oggi la difendono quando cambieranno gli equilibri politici. Nel frattempo, però, godiamoci almeno un piccolo beneficio collaterale, per qualche anno, forse, smetteremo di discutere di sistemi elettorali e torneremo a parlare dei problemi reali del Paese. Sempre che la politica ci riesca.

