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Politica

di Enzo Coniglio  
 

crocetta 500

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Dovremmo recitare in tanti il "mea culpa in vigilando". Ricordate il reportage del New York Times dedicato al presidente della Regione siciliana? È stato riferito dai media italiani, e siciliani in particolare, come un trionfale ingresso della Sicilia nel mondo americano. Una promozione sul campo. Lo sdoganamento dell'Isola dai beceri stereotipi creati da Hollywood per fare soldi. Quasi che le major si fossero sdebitate attraverso il più prestigioso foglio statunitense, dopo avere regalato al mondo a piene mani siciliani mafiosi, ignoranti, poveracci.

Ebbene, è tutto falso. Nessuno aveva letto le nove pagine del reportage del New York Times. Incredibile, ma vero. A cominciare dalla agenzie di stampa, che hanno diffuso le sintesi più gettonate. Se fosse il contrario, se avessero letto e tradotto, vuol dire che avrebbero scientemente imbrogliato le carte.

Ci siamo fidati stupidamente o abbiamo scelto di credere il falso, partecipando al grande imbroglio, perché così ci conveniva? Il danno, comunque, è fatto. Si può solo mitigarne gli effetti a casa nostra. I lettori del New York Times, che rappresentano la parte colta dei cittadini statunitensi, hanno appreso e "digerito" l'insulso reportage. Che condanna la nostra leggerezza e superficialità oltre misura.
 

LA RISPOSTA DI UN LETTORE

Caro Enzo Coniglio, ho letto molto bene il reportage del Nyt e non mi pare affatto che il giornalista statunitense dipinga nel modo che tu riporti la Sicilia di Crocetta, anzi. Prima di tutto bisogna dire che il reportage non voleva essere una analisi approfondita sui problemi della Trinacria, ne un saggio di economia. Aveva lo scopo di dipingere, per i lettori statunitensi, una nuova Sicilia, diversa da quella descritta nei mafia movies.

L'elemento centrale è il governatore Crocetta, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Il giudizio che emerge tra le righe è di ammirazione e fascino. Ammirazione per la lotta contro la mafia portata avanti con rigore e coraggio. Fascino per la complessità della figura di Crocetta, non un semplice servitore dello Stato, ma un uomo che ne ha passate tante, con una storia complessa, fatta anche di momenti dolorosi. Specie per un omosessuale cresciuto nella Sicilia maschilista e settaria, che ha dovuto combattere contro stereotipi e pregiudizi.

Nel reportage poi non è vero che non si affrontano i temi 'caldi'. Si parla di mafia, si parla delle proteste per il sistema radar americano, si parla della difficoltà di fare una politica seria e non clientelare. Il giornalista poi non dipinge affatto Crocetta come una macchietta. E gli elementi più strani, come la passione per Peppa Pig, non fanno altro che umanizzare la figura dell'eroe che altrimenti apparirebbe distante e falsa.

Gianni Falco
 

Le cose stanno così: Marco Di Martino, il reporter del NYT, è stato per sei giorni accanto al presidente della Regione Siciliana. Poi ha battuto sui tasti episodi, suggestioni, pensieri che ridicolizzano la Sicilia ed il suo presidente, il più delle volte a sproposito, in modo prevenuto e sprezzante. Il contenuto del reportage suscita molte domande, alcune inquietanti, sulle ragioni che hanno suggerito al New York Times di realizzare le nove pagine.

Seppure con grave ritardo, è tempo di far sapere che cosa contengono. Proviamo a sintetizzare. L'articolo non offre all'upper-middle class americana informazioni sullo sviluppo economico e finanziario della Sicilia. Né informa delle sue bellezze naturali, i reperti storici ed artistici e l'eccellente cucina, dei costumi, tradizioni. Non una parola sulla cultura siciliana, la sua storia, e la sua civiltà antica.? Marco Di Martino "danza" attorno alla figura del governatore. La Sicilia come "sistema Regione" è praticamente assente se si esclude la lista di "professional beggars" e questuanti che il presidente incontra sistematicamente ogni giorno. Una folla di poveracci che chiedono risposte ai loro bisogni e una soluzione delle loro vertenze.

Un popolo di questuanti che può contare sulla solidarietà di tutori dell'ordine, che si comporterebbero, secondo il reporter, come poliziotti di una Repubblica delle banane. Infatti, chi conosce ilmondo americano, come lo scrivente, comprende quanto sia grave il parere espresso dal giornalista: "La polizia conosce i manifestanti per nome, - scrive il giornalista - hanno condiviso sigarette nei momenti di calma per poi, nei momenti di tensione, indossare i paramenti antisommossa". Proprio così.

Il cuore del reportage è riservato esclusivamente al presidente della Regione, Rosario Crocetta. Nella forma di "racconto - verità" offre del presidente una immagine "schizofrenica". L'articolo si apre infatti con Crocetta che "fuma due o tre pacchetti di sigarette al giorno, accendendole senza portarle alle labbra, spesso guardando ai tre cellulari che ha disposto davanti a sé". Il reporter accredita l'immagine di una persona che trova conforto nella sigaretta, fumata compulsivamente, condizionata dalle sollecitazioni provenienti dai suoi tre cellulari che squillano in continuazione e gli impediscono di pensare prima che di agire.

Il reporter, addirittura giudica il presidente un "maleducato" perché "spesso nel bel mezzo di una conversazione risponde al cellulare o legge i messaggi senza scusarsi". Lo qualifica anche uno sciatto disordinato: "Quando sono arrivato nella sua stanza c'erano cumuli di vestiti ovunque, una tavola con alcune creme di bellezza…". Il presidente della Regione non dedica tempo alla lettura ed all'esame di delicati e voluminosi dossier sulla politica siciliana. È un curioso individuo che dedica invece le prime ore del mattino alla visione di Disney Junior e, in particolare, Peppa Pig.

Che idea si siano fatti gli americani di Crocetta è facile intuirlo. Il reportage affronta con sciattezza temi delicati come quelli relativi alla religione, al comunismo e alla omosessualità, banalizzandoli e coinvolgendo indirettamente, in tale sciattezza, lo stesso presidente. Nelle nove pagine non c'è nulla della Sicilia, ma tanto di un presidente sui generis. Sei giorni sono tanti. Possibile che il reporter del NYT abbia dimenticato che l'Isola ospita la più grande base militare Usa nel Mediterraneo, Sigonella? E il sistema satellitare di Niscemi, il Muos, motivo di preoccupazione e proteste dei siciliani? Possibile che il ruolo della Sicilia come Hub del Mediterraneo e degli Americani come "guardiani del globo", non sia stato nemmeno sfiorato in sei giorni di intensa frequentazione?

L'Isola è divenuta indispensabile per gli americani in questa precisa fase storica. È nel Mediterraneo e nel Medio Oriente che si giocano le partite più importanti. Il ruolo strategico che ha la Sicilia per gli Usa avrebbe dovuto sollecitare ben altro interesse, che le creme di bellezza e i cartoni animati mattutini. Avere un presidente alla Mintoff, il premier maltese degli anni Settanta, molto esigente e risoluto, avrebbe seriamente preoccupato gli americani. Ma averne uno alla Crocetta, nella versione di Marco De Martino, è di grande conforto.

Gli americani possono dormire, insomma, su quattro guanciali. La Sicilia è quella del filone mafioso, dal Padrino alla saga dei Soprano. E i commerci, le imprese, le banche, il tenore di vita, i costumi, le intelligenze, le eccellenze dell'Isola? Niente. Al New York Times questi temi non interessano affatto perché in fondo, caro presidente Crocetta, chi comanda a casa nostra sono loro e solo loro, gli americani con il sostegno della stampa qualificata. E così sia.

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