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Politica

Di Gianni Pardo

Un lettore mi accusa di avere una visione catastrofica della realtà italiana e di enumerare i nostri problemi senza indicare alcuna soluzione. L’imputazione è seria, tanto che questo articolo costituisce serve a contestarla. Una denuncia ha senso quando indica che cosa fare per contrastare ciò che si condanna. Diversamente è una geremiade. In molti casi tuttavia l’indicazione di ciò che bisognerebbe fare si ricava dall’errore che si descrive. Se si scrive che gli atteggiamenti ostili alla Fiat, in fabbrica e fuori, sono un errore, si intende che si rischia di indurre l’impresa a lasciare l’Italia, con grave danno dei livelli occupazionali. In un momento di crisi, un atteggiamento di fattiva collaborazione e un ridimensionamento delle proprie pretese farebbe invece rimanere le nostre maestranze concorrenziali. Le mie innumerevoli critiche all’invadenza della magistratura nella politica hanno un ovvio rimedio nel ripristino dell’art.68 della Costituzione, com’era prima del 1993. Insomma, gli esempi non mancano. Nel 1978 le anime belle pensarono di proteggere i poveri dai ricchi, imponendo ai proprietari di case di locarle a un prezzo di fantasia, predeterminato dallo Stato. Per giunta la legislazione e la giurisprudenza rendevano di fatto l’inquilino l’intangibile fruitore dell’immobile, a tempo indeterminato. Una forma di esproprio. Molti preferirono tenere le case sfitte, e lo Stato gli aumentò le tasse di un terzo, come avessero rinunciato per capriccio a un reddito mensile. La reazione del mercato fu che le case da locare sparirono. Chi aveva una casa in più la vendette e chi volle un tetto sulla testa dovette comprarselo. Infatti oggi gli italiani sono proprietari della casa in cui vivono all’80%.

E chi non può permetterselo? Che rimanga a casa dei genitori. Che coabiti. Che vada al diavolo. E qui il rimedio è evidente: l’unico canone “equo” è quello determinato dal mercato. Non nego tuttavia che in qualche caso il mio pessimismo è così generale e profondo da non offrire speranze. Ciò si verifica quando si considera non un problema ma la sua origine. Nel caso della Fiat, ad esempio, l’errore di molti operai e della Fiom è la totale mancanza di senso della realtà. Essi credono che la Fiat non possa che esserci e non possa che pagare salari. È impossibile correggere un tale punto di vista, se non ci riesce l’evidenza delle molte imprese che hanno spostato la loro produzione dove il costo della manodopera è basso. Se non ci riesce l’evidenza delle molte imprese che cessano l’attività. Se non ci riescono la disoccupazione e la recessione. Rimane solo una sconfinata amarezza, una disperazione che arriva a sperare che l’intero popolo impari dal dolore quel buon senso che non ha voluto imparare con l’intelligenza. Non sembri incredibile che si parli di perdita del principio di realtà a proposito di un intero popolo. Questa perdita è dimostrata da mille sintomi. Prendiamo il nostro debito pubblico. Quando se ne parla, è di moda dare la colpa ai politici del passato, ma chi c’era può assicurare che il popolo era felice di quell’andazzo. La mentalità generale, come oggi, era infantile ed illogica: “Intanto viviamo bene, poi si vedrà”. Solo un popolo immaturo e dalla mentalità mitologica può credere che si possa vivere indefinitamente a credito. E infatti siamo al punto che non solo non possiamo rimborsare il debito, ma gemiamo e agonizziamo sotto il peso degli interessi, settanta od ottanta miliardi l’anno.

Altro esempio. Dal momento che bisognava favorire l’occupazione, si pensò di creare dei posti di lavoro invitando quelli che già lavoravano a mettersi in pensione. Una professoressa che si era laureata a ventitré anni poteva mettersi in pensione dopo sedici anni e le venivano anche contati per la pensione gli anni d’università. La ragazzina era pensionata a trentanove anni per avere lavorato sedici anni, e poi poteva vivere altri quaranta o cinquant’anni a carico della collettività. “Follie del passato”, direbbe qualcuno. E invece sono attuali gli incentivi per le ristrutturazioni edilizie che saranno pagati con un calo del gettito fiscale nei prossimi dieci anni. Calo certamente compensato con un aumento della pressione fiscale sulla generalità dei contribuenti futuri. Né diversamente vanno le cose per gli incentivi agli impianti fotovoltaici: lo Stato è generoso a spese di chi paga la bolletta della luce, dunque di chi il fotovoltaico non l’ha installato, e soprattutto dei contribuenti futuri. Né si può dimenticare che l’insistenza sulle energie alternative è demenziale, come è dimostrato dal fatto che bisogna incentivarle, mentre ciò che è economicamente ragionevole non ha bisogno di incentivi. Ecco perché il pessimismo, riguardo all’Italia, è totale. Perché solo una catastrofe epocale può, nel corso dei decenni, cambiare la mentalità di un popolo e farlo divenire adulto. Non certo una predica o una dimostrazione alla lavagna. pardonuovo.myblog.it

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