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Politica

Di Adriana Santacroce

Matrimonio di interesse, se non coppia di separati in casa. Si sprecano le definizioni per il governo delle larghe intese che, a parole, durerà poco ma che, nei fatti, almeno tre anni, a meno di giravolte consistenti nel Pdl, pardon Forza Italia, ce lo dovremo tenere. Quando nasce un governo di questo genere la prima cosa che dovrebbe accadere è la rinuncia a qualcosa da parte di ciascuno dei protagonisti. Teoricamente un governo con una così larga maggioranza potrebbe fare tantissimo purché sia il Pd sia il Pdl facessero un passo indietro, rispetto alle proprie rigidità, e uno in avanti per il bene del Paese. Ma così non accade. Ognuno dei due attori punta i piedi sui suoi interessi e usa come merce di scambio le promesse ai propri elettori. Ecco che l'imu prima casa è la bandiera che il Pdl deve sventolare a tutti i costi a cui il Pd ha risposto con l'assunzione dei precari nella Pubblica Amministrazione. Promesse fatte in campagna elettorale che costano 1,5 mld a testa. Tanto vale lo sconto prima casa per i "più ricchi" a cui il Pd, e il buon senso, avrebbe rinunciato. Lo stesso dicasi per l'assunzione del 120mila precari di cui, forse a parte nella sanità, non se ne sentiva il bisogno. Se un'azienda privata non ne ha i mezzi i contratti a termine non li rinnova. Non si capisce perché lo Stato, invece, lo debba fare. Un giochino molto costoso che, se da un lato garantisce le promesse fatte ai due elettorati, dall'altro butta dalla finestra 3 mld che, ad esempio, potrebbero servire a smorzare le cifre pazzesche della Tasi che sostituirà l'imu. Governo bloccato, dunque, dai veti incrociati dei partiti. Dalle minacce e dalle rendite di posizione che ormai fotografano solo piccinerie travestite da fibrillazioni. Come il solito Brunetta che, ancora, minaccia il Governo di crisi se il Pd voterà la decadenza e non modificherà la Finanziaria. Minaccia inutile e ridicola con gli alfaniani, meraviglioso il termine come gli alieni venuti da Alfania, ormai dichiaratamente fedeli all'Esecutivo.

Nonostante i veti e l'immobilismo il Governo, però, è destinato a durare. Non solo per la legge di Stabilita che, come annunciato da Letta e Saccomanni, si spalma su tre anni, ma anche per un legame più profondo che unisce i due attori. Entrambi i partiti hanno una visione dell'economia che, se si divide sul fronte fiscale, è molto simile su quello più profondo. Entrambi, nei fatti, puntano a un sistema economico basato più sulla finanza che sull'industria. Nessuno dei due ha fatto proposte di rilancio della produzione concreta, dell'economia in carne e ossa. Parlano di fiscal compact, di spread, di debito pubblico, di prestiti alle banche, ma mai di come far ripartire la produzione industriale che segna un -25% dal 2007. Per questo il Governo rischia di incancrenirsi e buttare via le ultime possibilità di ripresa che solo una grande maggioranza può garantire. D'altra parte era già Andreotti a dire che durano tanto i governi che non fanno niente. Perché così non scontentano nessuno. La crisi devastante che stiamo attraversando, però, necessita di risposte precise e concrete e, sic stantibus rebus, il Governo non riesce a darle.

In un panorama così stantio e uggioso, all'orizzonte c'è solo Matteo Renzi che possa rispondere a una sfida del genere. Visto anche il successo dei tre giorni della Leopolda, Matteo ha tutte le possibilità, e il seguito, per scardinare la staticità e l'inefficienza delle larghe intese. Deve trovare, però, degli obbiettivi che uniscano parti diverse dell'elettorato ma che escano dall'indifferenziato, pur sempre suggestivo, che lo ha caratterizzato finora. Creando un blocco sociale, anche trasversale, ben definito. Finora Matteo ha detto cinque cose chiare: no all'amnistia, no al proporzionale e sì a una legge elettorale uguale ai comuni, sì alla riforma della giustizia, via le Province, via il Senato. È l'inizio. Ora bisogna andare avanti con proposte chiare, ma precise, che tocchino anche l'economia. Bene la spinta a creare lavoro più che il reddito di cittadinanza, non tanto, invece, l'idea di vendere parti del patrimonio pubblico per ridurre il cuneo fiscale. Questo perché quei proventi, quando anche ci fossero, possono solo compensare il debito pubblico ma non possono coprire la diminuzione delle entrate fisse. Ma siamo fiduciosi che altre proposte possano arrivare. Speriamo di rilancio produttivo e non solo di taglio e cucito. Per dividere ma soprattutto per unire. E per cambiare questo povero Paese.

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