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Marattin ad Affari: “Lasciare Italia Viva? Lo rifarei mille volte, era una questione di dignità”. E su Calenda…

Luigi Marattin, economista e leader del Partito Liberaldemocratico, interviene sui principali temi dell’attualità politica ed economica italiana in un’intervista ad Affaritaliani

Marattin ad Affari: “Lasciare Italia Viva? Lo rifarei mille volte, era una questione di dignità”. E su Calenda…

Dal piano per la spesa pubblica alla soglia di sbarramento al 5%: le proposte del leader del Partito Liberaldemocratico Luigi Marattin

Tra coalizioni sempre più composite e un sistema politico che fatica a trovare sintesi stabili, il dibattito pubblico italiano si confronta con alcuni nodi strutturali rimasti irrisolti: crescita, produttività, pressione fiscale e ruolo dello Stato nell’economia. Luigi Marattin, economista e leader del Partito Liberaldemocratico, si colloca in questo scenario rivendicando una linea esplicitamente riformista e liberale, centrata sulla riduzione della spesa pubblica, sulla semplificazione del sistema fiscale e su una maggiore coerenza delle proposte politiche. In questa intervista ad Affaritaliani.it affronta i principali temi dell’attualità, dal quadro politico nazionale alle opposizioni, fino al futuro dell’area liberale e alle regole del gioco istituzionale.

A Più libri più liberi si parla molto di cultura, ma la questione del “patentino antifascista” richiesto agli editori non va, forse, contro l’idea di una cultura libera?

Se questo fosse un paese normale, caratterizzata da una storia normale, ci sarebbe la corsa a definirsi anti-fascisti, per quello che questo termine significa letteralmente. Io, da liberale, lo sono sempre stato, lo sono e lo sarò sempre. Il problema sta nel fatto che in questo paese nel corso del tempo la parola “anti-fascista” – in modo del tutto illegittimo – è diventato sinonimo di appartenenza allo schieramento politico della sinistra radicale. Questo è avvenuto sia per un’opera di “egemonia culturale” da parte dei membri di quello schieramento, sia per l’ abbandono del campo da parte delle altre culture politiche che avevano fatto la Resistenza, sia per un certo lassismo nel mondo dell’informazione e del dibattito pubblico. Ecco, secondo me il problema sta tutto qui.

Giorgia Meloni rivendica la tenuta dei conti e la crescita dell’occupazione. Però produttività, salari reali e debito restano i grandi malati italiani. Il governo sta solo gestendo l’esistente o vede davvero una strategia economica?

La tenuta dei conti pubblici e del sistema pensionistico sono buoni risultati di questo governo, e gliene va dato atto. Soprattutto considerando che in campagna elettorale avevano promesso esattamente l’opposto. La crescita dell’occupazione è un trend internazionale, probabilmente aiutato dalla diminuzione del prezzo relativo del lavoro rispetto al capitale che abbiamo visto in questi anni, ma certo anch’esso è un buon risultato che il governo può presentare agli italiani. Produttività, salari e debito restano problemi grossi, su cui si è fatto poco. Ma il punto è che per agire con decisione su questi punti occorre volontà politica e mandato elettorale chiaro. Che sono impossibili da avere se ci presenta agli italiani in coalizioni-carovane con dentro tutto e il contrario di tutto.

Si continua a parlare di taglio delle tasse, ma nessuno dice quali spese tagliare. La politica italiana è diventata incapace di pronunciare la parola “rinunce”?

Noi del Partito Liberaldemocratico abbiamo una proposta chiara. Nei prossimi cinque anni il settore pubblico deve tagliare, ogni anno, l’un per cento della propria spesa complessiva. Un sacrificio parecchio inferiore a quello che fanno tante famiglie o imprese italiane. A fine legislatura avremo così 70 miliardi con cui abolire l’Irap, azzerare l’Ires sugli utili non distribuiti, abbattere massicciamente l’Irpef per il ceto medio e le società di persone e diminuire la tassazione sul risparmio. Per tagliare l’un per cento della spesa, ogni anno, proponiamo di accorpare le stazioni appaltanti, adottare rigide valutazioni ex-post dei programmi di spesa pubblica, applicare estensivamente fabbisogni e costi standard, riformare i processi di formazione della spesa senza guardare in faccia a nessuno. E, in generale, trattare i soldi pubblici allo stesso modo in cui noi trattiamo i nostri soldi privati.  Questo metodo va applicato a tutto lo spettro della spesa pubblica, senza eccezioni. Se c’è un forte mandato popolare in questo senso, e se si ha la forza di resistere a lobby e gruppi di pressione, è un obiettivo a portata di mano.

Lei ha lasciato Italia Viva perché non condivideva il “campo largo”. Guardando oggi la situazione politica, rifarebbe quella scelta o pensa che il rischio sia quello di restare politicamente nel limbo, con molte idee ma pochi voti? 

Rifarei mille volte quella scelta. Legittimo da parte del gruppo dirigente di quel partito pensare che il bipolarismo fosse invincibile e scegliere uno dei due campi. Ma più che una questione politica, è una questione di dignità: io non riuscirei mai, nello spazio di una notte, a rinnegare tutto quello in cui credo perché ritengo sia utilitaristicamente conveniente per me e per quattro amici miei. E di insultare pubblicamente chiunque chiedesse semplicemente un congresso per poterne discutere serenamente. Dopodiché non mi faccio illusioni eh. Sono io a essere diverso. Il mondo, specialmente quello della politica, è delle persone del genere.

Il Pd di Schlein le sembra una proposta di governo o un cartello elettorale unito soprattutto dall’essere anti-Meloni?

Nel Pd – e ancor più nel Campo Largo – convive chi vuole mandare le armi all’Ucraina e chi no. Chi vuole il Jobs Act e chi ha promosso un referendum per abolirlo. Chi vuole la separazione delle carriere e chi no. Chi vuole la patrimoniale e chi no. Come possa una cosa del genere avvicinarsi anche solo lontanamente ad una proposta coerente di governo del paese, non lo so proprio.

Lei sostiene che in Italia ci sia spazio per un partito liberaldemocratico. Però da trent’anni tutti quelli che ci hanno provato hanno raccolto percentuali marginali. Non è che il problema sia semplice: gli italiani, in fondo, non sono liberali?

Veramente a me risulta che entrambe le volte in cui ci si è provato (con Scelta Civica nel 2013 e con il Terzo Polo nel 2022) la percentuale è stata del 8-10%. Non proprio un risultato marginale, in un quadro politico fortemente – e sciaguratamente – polarizzato. Il problema sta nel fatto che in entrambi i casi quei risultati lusinghieri non sono riusciti a trasformarsi in una offerta politica stabile, strutturata, radicata e contendibile.

Tutti i Paesi “seri” hanno spostato la tassazione dal lavoro ai patrimoni: ma in Italia parlare di patrimoniale è una bestemmia. Lei che ne pensa?

Non mi risulta neanche questo. Negli ultimi 30 anni ben 12 paesi OCSE hanno abolito l’imposta patrimoniale personale, la stessa che ora il  Campo Largo vuole sciaguratamente introdurre. In Italia di patrimoniali ne abbiamo fin troppe, sia sulla ricchezza immobiliare (l’IMU) che su quella mobiliare (l’imposta di bollo e altre). E poi, in un paese in cui la spesa pubblica è un treno impazzito che viene usato prevalentemente per comprare consenso politico, per me la priorità sarà sempre tagliare la spesa, mai aumentare qualsiasi tipo di tassa.

Calenda è in questo momento un po’ come la Bella di Torriglia, tutti la vogliono e nessuno se la piglia?

Di altri non parlo, ovviamente. Per quanto riguarda noi, siamo un partito con una chiara identità liberale. Chi ci guarda, non ha né avrà mai nessun dubbio su chi siamo e cosa vogliamo. E non rimarrà deluso quando dalla foto social si passerà all’incontro di persona.

Rischia di fare questa fine anche il partito Liberal-democratico?

Noi continuiamo nel nostro percorso di crescita, alle ultime amministrative abbiamo eletto una decina di consiglieri comunali in tutta Italia, e nelle città in cui siamo andati con il nostro nome e simbolo abbiamo preso l’8%. Quando finalmente sarà chiaro quando si vota, come si vota e contro chi si vota (tutte cose al momento oscuro), tireremo le somme.

Gioco della torre: Renzi o Calenda? Conte o Schlein? Meloni o Tajani? Salvini o Vannacci?

Mai giocato a questo gioco. La prima volta che fu fatto nella storia, con Gesù e Barabba, fu un disastro. E da allora è solo peggiorato. Una sorta di bipolarismo ante-litteram.

A proposito di Vannacci, non teme che il boom del generale porterà i partiti più robusti in termine di consenso ad accelerare su una legge elettorale con un sbarramento almeno al 5%, di fatto tagliando fuori molti soggetti tra cui anche il suo?

È esattamente la nostra proposta, formalizzata negli emendamenti che ho depositato la settimana scorsa alla legge elettorale in discussione alla Camera: un proporzionale puro con sbarramento al 5% e preferenze. Così almeno ogni partito corre con la propria identità e non è costretto a stare prigioniero di coalizioni rissose e inconcludenti. Il fatto che oggi il Pld è sotto il 5% è per noi irrilevante: le leggi elettorali, come la politica in generale, non si fanno per favorire il proprio partito. Ma per favorire il proprio Paese.

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