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Politica
Mattarella ci ha fatto aprire gli occhi. Società e politica, mondi distanti

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avuto certamente il merito di porre il Paese – e tutti noi – in maniera pacata ma convinta di fronte alla realtà . Il tema della cultura della responsabilità, ma anche quelli della demografia e della famiglia, la necessità di informarsi prima di parlare e reagire senza sapere di cosa si parla hanno proposto alla nostra società le linee guida ideali di un Paese che deve trovare la strada per uscire da una crisi che non è più solo di natura economica. Il Presidente ha richiamato il problema delle crisi di impresa che sono all’attenzione del Governo e nei cuori delle persone – parliamo di Alitalia , Whirlpool, Ilva e gli altri 146  tavoli di crisi registrati al Ministero dello Sviluppo Economico,  oltre alla debolezza del sistema infrastrutturale su cui si dipana una parte del dibattito politico solo per fare alcuni esempi e dobbiamo, in risposta all’appello del Capo dello Stato porre  l’attenzione sulla necessità assoluta di un ritorno all’obbligo delle scelte consapevoli e della visione di lungo periodo, dunque non solo alla centralità ma addirittura alla supremazia di una politica alta e che sappia disegnare un futuro , alla conseguente formazione o ricoinvolgimento di una classe dirigente di natura professionale adeguatamente preparata. Occorre rendersi conto – arrivati a questo punto – che la trappola della modernità ci ha reso prigionieri del presente e di conseguenza è impossibile tracciare delle necessarie linee di politica industriale a lungo termine fino a quando ci troveremo a fare i conti – non uscendone – dal cosiddetto “attimo del presente continuato”, immersi come siamo in una società  ed in una economia “presentista “.

Nella sfera della politica il “presentismo” ha rotto gli argini, demolendo i pilastri della democrazia rappresentativa e aprendo la frattura più grave con la quale in tutto l’Occidente stiamo facendo i conti: la separazione fra la società e la politica, due mondi ormai incomunicabili, distanziati da un reciproco distacco che si nutre di rancore, indignazione e rabbia. Emozioni e non più interessi o appartenenza, in un campo d’azione dove la cronaca ha sepolto la storia, altro sintomo di una modernizzazione ormai fuori controllo. Tutto questo si sta riverberando su chi deve occuparsi della cosa pubblica, della politica. Essere incompetenti è adesso divenuto addirittura – e non solo nel nostro Paese - un titolo di vanto o di merito, una qualità da sottoporre all’elettore per farsi votare, operazione che in questo momento della storia sta dando forse i suoi risultati in termini di un consenso immediato, dimenticando però ogni tipo di responsabilità per il presente e per il futuro. Ancora Mattarella sul finire dell’anno ricevendo per gli auguri le Alte cariche dello Stato, invitando a confrontarsi con lungimiranza sulle prospettive e sull’ampio orizzonte del futuro aveva posto il tema della politica, che comporta certamente alcuni scontri, ricordando alcune parole di Aldo Moro: “Anche se talvolta profondamente divisi… sappiamo di avere in comune, ciascuno per la propria strada, la possibilità ed il dovere di andare più lontano e più in alto”. “ Non è importante che pensiamo le stesse cose” – scriveva lo statista assassinato dalle Brigate Rosse – “ invece è di straordinaria importanza la comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo”. Aldo Moro aveva ben presente il grave pericolo – purtroppo confermato dagli eventi successivi – che corre una società attraversata da lacerazioni profonde. Dunque, abbiamo bisogno di qualcosa che sia l’opposto del “presentismo”.

Qualche tempo fa – era il 2014, - l’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan – poneva all’attenzione del dibattito politico e culturale il fatto che in Italia si stesse  avvertendo la stanchezza: quella  di un popolo che crede sempre meno in se stesso, che estende impietosamente il giudizio critico sulle allora attuali elites a tutto il proprio passato e perfino al proprio DNA di Nazione.
 
Ripensare la politica per riscoprire la politica dunque. I fatti degli ultimi periodi così come le difficoltà  che stanno investendo  la nostra società e che non accennano  a diminuire – soprattutto dal punto di vista della coesione sociale – altro tema su cui giustamente insiste Presidente della Repubblica -  impongono infatti un ragionamento di carattere generale su quella che è stata la trasformazione dell’idea di politica negli ultimi anni, e cioè da quando i venti di crisi economica hanno iniziato a soffiare sulla nostra Europa e sull’Italia.  Durante i cambiamenti della vita sociale – ingeneratisi per vari motivi, dalla crisi economica alla rivoluzione tecnologica e digitale – è crollato l’ordine politico. In una situazione di disordine internazionale ci stiamo avviando verso un mondo a sovranità limitata: è messa da parte, quasi come una decorazione superflua, la dimensione strategica dell’azione politica che appare la vittima principale della spirale regressiva: in più occasioni se ne riduce il campo e il carico delle scelte difficili defluisce all’esterno, fuori dal suo perimetro di responsabilità La “ politica senza politica” è quella appunto dell’epoca in cui la politica si è identificata con la democrazia e questa a sua volta è entrata in una condizione di crisi profonda e prolungata. Con il Prof. Marco Revelli diremo che è  la politica del nostro tempo , impotente eppure pervasiva, volgare eppure astrusa, distante dalla vita degli uomini eppure avvertita quale  presente nel loro spazio quotidiano. Soprattutto vuota , cioè smaterializzata , privata di quel nucleo duro collettivo che si chiamava ( e deve per noi tornare a chiamarsi come vedremo anche in appresso ) bene comune .

Tipica di un tempo in cui la res publica non ha più un legame solido, un ancoraggio emozionale stabile, trovandosi a fluttuare come contagiata da un “male liquido” . Le elezioni dello scorso 4 marzo 2018 in Italia non hanno assolutamente sancito la fine della democrazia o quella della politica  come taluni osservatori hanno affermato, così come non e’ lontano dalla richiesta di politica vera l’attuale movimento delle sardine : gli elettori  hanno chiesto ad altri o stanno chiedendo direttamente a se stessi autoconvocandosi che venga interpretato il malessere diffuso di una certa classe media ormai praticamente distrutta, quello dei giovani cui il Paese fatica ad assicurare un futuro, delle fasce più povere della popolazione. .

La lezione di questa epoca, comunque , è che il presunto complesso di inferiorità della politica nei confronti di altri campi del sapere, tra cui l’economia, la tecnica, e molte altre, è del tutto ingiustificato.  Volendo rendere ancora più chiaro il nostro pensiero, per quasi un paio di decenni ci è stato spiegato che l’economia, meglio ancora se finanziaria, non aveva bisogno della politica, la quale al massimo poteva limitarsi a compiacere e assecondare le volontà dei mercati. Crediamo  di poter affermare senza timore di essere smentiti che i risultati sono ben visibili: la crisi economica ha messo a nudo i limiti di economia e finanza al momento di riconoscerne i risultati, di autoregolamentarsi, di trovare una soluzione  alle devastanti crisi sociali che hanno causato. La finanza scambia valore, non crea valore. Nondimeno, esauritosi il predominio economico-finanziario, è venuto il tempo di quello tecno-burocratico. Si è pensato, sia in Europa che in Italia , che affidarsi a chi detenesse la conoscenza tecnica potesse rappresentare la soluzione ai cronici ritardi e squilibri che ancora caratterizzano il nostro sistema. Nella migliore delle ipotesi ciò si è rivelato illusorio; nella peggiore, completamente errato. Non solo la tecnocrazia non è stata in grado di fare meglio della politica, ma spesso ha aggravato problemi di natura sociale già esistenti.
 
La politica deve riscoprire il senso del proprio ruolo, e noi dobbiamo riscoprire il senso della politica e avere il coraggio di liberarne  le potenzialità. L’errore, semmai, è stato lasciare che la politica perdesse centralità nel discorso pubblico, impedendole di indicare soluzioni, con il pessimo risultato che essa non è più stata in grado di tutelare le persone nei propri bisogni quotidiani, e ha finito col perdere la capacità di alzare lo sguardo e individuare strade per le prossime generazioni.
 
È possibile cambiare questo registro?  A nostro  modo di vedere è  urgente e necessario. Non solo la politica deve tornare a occupare il centro della vita pubblica, conquistando quello spazio che le è stato sottratto. Ma deve, e questo è senza dubbio l’aspetto più gravoso, tornare a svolgere il proprio ruolo fondamentale, vale a dire disegnare il futuro della società. La politica non è  uno sport da seguire in poltrona, ma è una impresa che ha certamente tanti limiti; il declino delle ideologie – poi – assimila a volte le proposte politiche ad un nuovo tipo di supermercato dove il brand conta più della sostanza. Non bisogna certamente difendere i politici disonesti ma se si guarda soltanto a quelli perdiamo di vista la complessità del gioco democratico. Solo con una politica forte ed una classe dirigente vera – recuperando in questa fase anche le migliori esperienze del passato – potremo dare una risposta alle sfide che attendono il Paese. Si chiamino Ilva o Alitalia, si tratti del necessario intervento sul sistema infrastrutturale, si chiami società dell’apprendimento o trasferimento della conoscenza alla società ( e su questo punto ancora Mattarella richiama la necessità di un ritorno positivo ad un rapporto fra ricerca ed industria, una delle vie maestre per creare in Italia posti di lavoro). 

Si chiami percorso verso la Difesa europea con il necessario coinvolgimento di industrie strategiche italiane quali Leonardo e Fincantieri, si chiami necessità di un forte coordinamento  per affrontare in sicurezza le sfide poste dal processo di transizione energetica recuperando anche ciò che va sotto il concetto di interesse nazionale ma in una prospettiva europea ed interna sana. In Europa si è cominciato a riflettere senza pregiudizi sul ritorno dello Stato imprenditore contribuendo a creare campioni europei. Anche noi dobbiamo riflettere sul ritorno alla presenza dello Stato azionista  nell’economia del Paese ma non silente.  Per ricominciare serve una guida ed un indirizzo che guardi al bene comune. Ecco perché  la politica alta serve ed ecco perché della politica non possiamo fare a meno. Come italiani, dovremmo provare a guardarci dall’esterno e non dal dentro altrimenti rimarremo prigionieri ed espulsi dallo sviluppo. E allora la crisi potrebbe trasformarsi in una tragedia. 

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