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Politica
Bene Mattarella fuori dal Patto del Nazareno Di Pietro Mancini



Di Pietro Mancini


Penso che, stavolta,  Matteo Renzi abbia fatto molto bene a candidare, come successore di Giorgio Napolitano, un autorevole "riservista della Repubblica", la cui designazione non è scaturita da un accordo di vertice con Berlusconi, il declinante capo di un partito in forte calo di consensi.
Sarebbe stata una scelta, quella cosiddetta "Nazarena", che il Paese, in primis larghi settori del partito, l'opinione pubblica, i media vicini al centrosinistra e l'elettorato del PD, non avrebbero compreso nè condiviso.

Forse, il volto corrucciato e la grande riservatezza, da campione del silenzio e della discrezione, hanno cominciato a caratterizzare le rare apparizione pubbliche di Sergio Mattarella, 74 anni, da quel tragico Capodanno del 1980, quando Cosa nostra, a Palermo, giustiziò suo fratello, l'onesto, stimato e temuto dalle cosche  Piersanti, Presidente della Sicilia.
E questo "riservista della Repubblica", che il giovane rottamatore del PD ha preferito ad Amato-collega di Mattarella alla Consulta e, paradossalmente ma non troppo, come Giuliano, proveniente da uno dei grandi partiti, la vecchia "balena bianca",  travolti da Tangentopoli- mai, a differenza di non pochi familiari delle vittime di attentati mafiosi o terroristici, ha utilizzato quella tragedia come trampolino di lancio. L'ex ministro verrebbe definito "un non professionista dell'Antimafia" da Leonardo Sciascia, profondo conoscitore di un'isola, che non risparmia neppure ai suoi figli più lontani dai boss tentativi di "mascariamento", già esperiti con il professore palermitano. Tuttavia neppure il Saint-Just dei media, Travaglio, ha potuto negare la fama di persona perbene e l'assoluzione per il finanziamento di una campagna elettorale per la Camera dove, per 25 anni, Mattarella ha rappresentato la sinistra DC di De Mita.
E proprio il vecchio don Ciriaco da Nusco- benché astioso, persino post-mortem, con Cossiga-continua a stimare l'amico che, con Misasi e altri 3 ministri della sua corrente, si dimise dal governo Andreotti, nell'estate del 1990, per protestare contro la legge Mammì sulle Tv, uno dei primi provvedimenti pro-Berlusconi, imposto, con un ultimatum, da Craxi. Presto sapremo se l'antipatia per Mattarella dell'ex Cav. ("Sarebbe un altro Scalfaro !") farà saltare il "patto del Nazareno" o se il leader di Forza Italia dirà di sì al giovane premier di Rignano, accettando i consigli delle "colombe" Letta, Ferrara e Confalonieri. Da parte loro, i grillini, ancora una volta, hanno perso un'occasione per inserirsi nel gioco politico e hanno ripiegato sulla candidatura di Imposimato, definita, non a torto, "pessima" da Giulianone Ferrara e da Marco Travaglio, per una volta in sintonia.
Non sarà, certo, un inquilino del Quirinale infaticabile esternatore, interventista nel teatrino romano, stimato nelle capitali estere come Giorgio Napolitano. Ma Sergio Mattarella è un profondo conoscitore delle istituzioni e della politica come dei meccanismi legislativi e delle sottigliezze del diritto.
Da deputato e fondatore, con Martinazzoli, del partito popolare, sulle macerie della Prima Repubblica, ha delineato la nuova legge elettorale, il "Mattarelum", che introdusse un sistema, parzialmente, maggioritario, poi abrogato con il pessimo "Porcellum" di Calderoli. Da ministro della Difesa, abolì la leva obbligatoria e, con D'Alema premier, nel 1999, spedì i nostri cacciabombardieri nel Kosovo a fianco degli alleati.
Come ha osservato un suo acuto corregionale, il commentatore catanese di "Repubblica", Francesco Merlo, Mattarella è il prescelto di Renzi, pur non essendo renziano, come Amato è il preferito di Berlusconi, pur non essendo berlusconiano. Nessuno dei 2 rinnegherebbe mai stesso. La, ennesima, conferma che la Prima Repubblica non è tutta da buttare.
Pur amando, da studioso, il silenzio e la solitudine, il professore è stato in prima linea anche in aspre battaglie politiche. Nel 1995, al culmine dello scontro interno al PPI, apostrofò il segretario, che pervicacemente cercava l'alleanza con la destra, «el general golpista Roquito Butillone...» e definì «un incubo irrazionale» l'ipotesi che Forza Italia potesse essere accolta nel Partito Popolare Europeo.
Molti anni prima, De Mita aveva spedito l'allora giovane deputato a guidare il tempestoso partito siciliano.
E accettò il delicato incarico  il figlio di don Bernardo Mattarella, più volte ministro e molto discusso per i suoi presunti rapporti con alcuni boss dell'Isola. Ma Sergio non può, in eterno, pagare le ombre sul defunto padre, come il Sindaco di Palermo non ha pagato le chiacchiere sul grande, ma chiacchierato, avvocato Salvatore Orlando Cascio.


Secondo Emanuele Macaluso, ex senatore del Pci e tra i più esperti "mafiologi", " in Sicilia, il feudo democristiano, nel dopoguerra, poteva contare su grandi mediatori, di alto livello, con i boss mafiosi: dal vecchio Bernardo Mattarella a Salvatore Aldisio, da Mario Scelba a Franco Restivo a Giuseppe La Loggia. Alla bisogna, sapeva anche avvalersi del mafioso don Vito Ciancimino o di Giovanni Gioia, che furono, per Amintore Fanfani, esattamente quello che don Salvo Lima è stato per Giulio Andreotti : uomini che, per la gloria e per i voti alla DC, sapevano sporcarsi le mani".
Il sociologo Danilo Dolci accusò Bernardo Mattarella, nel 1965,  di collusioni con la mafia. L'esponente DC  lo querelò, concedendogli facoltà di prova.
Dopo un dibattimento, durato circa due anni, con l'escussione di decine di testimoni e l'acquisizione di un'amplissima documentazione, lo scrittore fu condannato per diffamazione a 2 anni di reclusione, che non scontò, per effetto dell'indulto, approvato l'anno precedente.

La sentenza del Tribunale di Roma del 21 giugno 1967, confermata dalla Corte d'appello e dalla Corte di Cassazione,

affermò : «Bernardo Mattarella ha espresso, sempre, in modo inequivoco, la sua condanna del fenomeno mafioso...» e «...non è mai entrato in contatto con l'ambiente mafioso, da lui, invece, apertamente e decisamente, osteggiato, nel corso di tutta la sua lunga carriera politica»
 

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