Il massmediologo Klaus Davi: “Meloni da Fedez e Mr.Marra? Mossa giusta per intercettare il target dei giovani, ma potrebbe non bastare. L’esito del referendum dipende tutto dal Nord”
Giorgia Meloni si gioca il tutto per tutto nella battaglia per il referendum sulla giustizia, ormai agli sgoccioli, e si siede proprio lì, accanto a Fedez e Mr.Marra, per cercare di intercettare la platea più difficile da portare alle urne, quella dei giovani. Una mossa più che azzeccata, secondo Klaus Davi. Parlando ad Affaritaliani, il massmediologo esprime senza mezzi termini il suo parere sull’ospitata, che va valutata “nel modo più positivo possibile”.
“Avendo girato l’Italia per le inchieste sul referendum, posso dire che quello giovanile è il target meno sensibilizzato. Il comitato del ‘No’, su questo, è stato più efficace, anche grazie al ruolo dei sindacati: il loro radicamento e la loro presenza in determinati ambienti ha permesso di intercettare un pubblico giovane, che invece è scappato al fronte del ‘si’, apparso su questo fronte francamente assente. Per questo ritengo quella di Meloni una mossa giusta e centrata. Che poi produca risultati concreti nell’urna è tutto da verificare: si tratta di un target che si sente poco interpellato in generale”, dice Davi.
Un nuovo rapporto tra politica e media
L’ospitata a Pulp Podcast segna del resto un nuovo modo di intendere il rapporto tra media e politica, confermando una tendenza ormai consolidata: la leadership non si costruisce più soltanto nei contesti istituzionali o nei talk show tradizionali, ma anche, e sempre più, negli spazi informali e disintermediati della comunicazione digitale. “Il podcast di Fedez e Mr.Marra rappresenta un luogo ibrido, capace di intercettare un pubblico giovane e trasversale, spesso distante dai canali dell’informazione politica classica. Ma l’operazione di Meloni andrebbe fatta sempre, non solo per il referendum. Serve costruire un contatto più diretto con un pubblico abituato alla comunità digitale, al gruppo, al proprio linguaggio. Quello giovanile è un target che, se coinvolto, reagisce anche in modo sistematico; se invece non viene interpellato, tende a chiudersi. È un pubblico disimpegnato ma molto esigente“, spiega l’esperto.
“In questo senso, la mossa è corretta: parliamo di circa 400 mila persone raggiunte, con le quali, in qualche modo, si è aperto un dialogo. Una fascia che il fronte del ‘sì’, prima d’ora, non aveva intercettato”, sottolinea Davi. Come lei avrebbero dovuto insomma fare anche gli altri, quegli stessi altri che – a detta dei conduttori – sono stati invitati ma che hanno declinato l’invito. “La lezione di Berlusconi, in questo, resta attuale: ha vinto molte elezioni, e anche quando ha perso, come nel 2006, era dato quindici punti sotto Prodi ed è riuscito a rimontare. Questo dimostra che lo snobismo non può essere il codice di una campagna elettorale“, dice il massmediologo, che giudica certe scelte legittime, ma poco efficaci. “Molti scelgono di parlare solo con determinate persone, come Vespa o Floris, optando per ospitate solo nella tv generalista. Questo non si adatta allo spirito dei tempi. Oggi i politici sono presenti sui social, ma c’è una differenza tra comunicare direttamente e passare attraverso una mediazione come quella di Fedez, che intrattiene e allo stesso tempo amplia il bacino di utenti a cui si mira”.
I pronostici
L’arena di Fedez e di Mr.Marra ha permesso di “parlare direttamente a una generazione che difficilmente segue la politica tradizionale”. Un’operazione che, sottolinea Davi, non è priva di rischi ma che, nel caso specifico, appare coerente con il profilo comunicativo della premier, anche se resta da valutarne l’impatto: “Tutto dipende dal Nord, e in particolare dal Veneto, dalla Lombardia, dalla Liguria, dal Piemonte e da parte dell’Emilia-Romagna. In quelle aree, il mondo delle piccole e medie imprese, degli artigiani e del ceto medio, vede il referendum come un passaggio di modernizzazione. Se quella parte di territorio andrà a votare, prevarrà il ‘sì’”. Quanto al Sud la situazione è differente: “Si prevede un’astensione elevata: c’è informazione, ma anche molta disaffezione. Se l’affluenza sarà più bassa, il ‘no’ potrà contare su filiere sociali più strutturate e quindi prevalere”.
La vera campagna del ‘no’, secondo Davi, è stata portata avanti da Nicola Gratteri, mentre Elly Schlein si è tenuta nel mezzo, evitando sbavature: “La scena pubblica è stata comunque dominata dai magistrati: se vincerà il ‘no’, sarà percepita più come una vittoria della magistratura che del Partito Democratico”. Quanto a Meloni, conclude Davi, “è al governo da oltre quattro anni e questo comporta un naturale calo di consenso. E’ entrata nella campagna referendaria solo nella fase finale, senza caratterizzarla davvero. Le sue ultime ospitate hanno avuto un registro più efficace: meno attacchi e più misura“.

