Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Politica » Meloni vicina al traguardo dei cinque anni: ma la longevità è sinonimo di qualità?

Meloni vicina al traguardo dei cinque anni: ma la longevità è sinonimo di qualità?

Con il governo Meloni vicino ai cinque anni torna al centro il rapporto tra durata degli esecutivi e qualità della loro azione politica

Meloni vicina al traguardo dei cinque anni: ma la longevità è sinonimo di qualità?

Governo Meloni tra stabilità e credito internazionale: la qualità dell’esecutivo si misura, anche, sulla durata

Quando, a settembre, Giorgia Meloni diventerà la premier del governo più longevo della storia repubblicana, dovrà vedersela con Benito Mussolini. Sì, perché il vero recordman di durata nei governi dell’Italia unita è stato lui. Raggiungere i 20 anni, 8 mesi e 25 giorni sarà impossibile anche per Giorgia Meloni, non foss’altro perché ai suoi tempi non si votava ogni cinque anni.

Le celebrazioni del sorpasso del quarto governo Berlusconi si sono svolte in un clima – anche mediatico – quasi surreale. Vedremo quando, dopo l’estate, ci avvicineremo alla durata del secondo governo Berlusconi (che, con 1412 giorni, resta per ora in testa a una classifica che non sembra eccitare gli italiani, fuori dal perimetro di piazza Colonna a Roma), che cosa dovremo sentire di ancora più roboante rispetto alle parole pronunciate dalla stampa amica: “Il panorama politico italiano segna oggi una data di eccezionale importanza simbolica e istituzionale”.

Ma perché? Perché è così importante questa classifica di durata e longevità? La premier ha provato a spiegarlo, con una dichiarazione nel giorno del sorpasso verso la medaglia d’argento: “Da oggi il governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana. Non lo vivo come un traguardo da festeggiare, ma come una responsabilità ancora più forte verso gli italiani. Grazie a chi continua a sostenerci, a credere nel nostro lavoro e nella serietà del nostro impegno. Andremo avanti con determinazione per completare il percorso avviato, con rispetto per il mandato ricevuto dai cittadini italiani e con una sola bussola: l’interesse nazionale”.

Intendiamoci, non sfugge a nessuno l’importanza della stabilità politica. Buona parte del credito internazionale di un Paese si conquista assicurando un interlocutore costante nelle relazioni globali. Aiuta nei rapporti personali tra i leader – un grande storico del Medioevo sosteneva che fin da allora la principale carta da giocare nel mondo, anche a livello di capi di governo, fosse l’amicizia -, favorisce la buona reputazione sui mercati finanziari e consente di avere una visione un po’ più lunga del breve o brevissimo periodo. Tutto sacrosanto, e in qualche modo questo è stato un successo innegabile del governo Meloni e della premier. Lo si misura dallo spread, ma anche da un discreto protagonismo nazionale sulla scena europea e non solo (al netto dell’ondivaga e ciclotimica opinione di Donald Trump: ma questa è un’altra storia).

Ma, detto tutto ciò, perché inseguire un record? Dopo la batosta del referendum sulla separazione delle carriere dei giudici, è difficile dare torto a chi aveva suggerito a Giorgia Meloni di compiere un passaggio istituzionale come le dimissioni, per poter ricevere un nuovo mandato dal Quirinale (scontato, visto che non esistono altre maggioranze parlamentari), costituendo un “Meloni 2” “più forte e più bello che pria” (per dirla con Petrolini); soprattutto più efficace, capace di raccogliere le migliori energie e le migliori personalità da dedicare all’ultimo anno e mezzo di legislatura.

Gli italiani, intendo i cittadini – non gli amici e i famigli della premier o dei leader dei partiti della coalizione – avrebbero potuto misurare la qualità dell’esecutivo, non la sua durata. Con un’espressione greve, ma ormai accettata anche dalla Treccani ai tempi della Lega di Umberto Bossi (pace all’anima sua: ha avuto una grande parte nella seconda Repubblica e nella sua rappresentazione simbolica), si parlava spesso di “celodurismo”. Ecco, l’ossessione per le classifiche di durata dei governi potrebbe essere assimilata a una forma di celodurismo dei governanti (maschi o femmine), inopportuno e soprattutto inutile per l’interesse dei governati.

E poi, classifica per classifica, anche se Giorgia Meloni riuscisse a tagliare il traguardo dei cinque anni di legislatura con un solo governo, sarebbe sempre lontana da un altro vero recordman: Sergio Mattarella diventerà l’imbattibile Presidente della Repubblica italiana, capace di restare al Quirinale per 14 anni (almeno), nonostante il dettato costituzionale ne preveda sette. C’è sempre qualcuno da inseguire in classifica, spesso insuperabile. Ma il governo è sempre e solo servizio, come dovrebbe essere la politica. Dovrebbe.

LEGGI LE NEWS DI POLITICA