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Migranti, l’Italia non sarà invasa. La sinistra attacca, ma l’Europa ha già scelto la linea Meloni

Non esistono né una “valanga” pronta ad abbattersi sul nostro Paese né ponti aerei destinati a riportare improvvisamente in Italia migliaia di persone

Migranti, l’Italia non sarà invasa. La sinistra attacca, ma l’Europa ha già scelto la linea Meloni

Migranti, la sinistra annuncia l’invasione di ritorno

C’è un paradosso nell’ultima polemica sull’immigrazione. Mentre gran parte dell’Europa si avvicina alle posizioni sostenute da Giorgia Meloni fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi, la sinistra italiana tenta di trasformare la ripresa dei trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” da Germania e Svizzera in una nuova emergenza nazionale.

Quasi una rivincita politica: avevate promesso di fermare gli arrivi e adesso Berlino e Berna vi rimandano indietro migliaia di migranti. La realtà, però, è assai meno drammatica. E soprattutto più complessa.

La Svizzera ha confermato di voler riprendere, dalla fine di agosto, i trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo entrati in Europa attraverso il nostro Paese. Ma la stessa Segreteria di Stato della migrazione elvetica ha precisato che, almeno nella prima fase, si tratterà di casi isolati e che la ripresa avverrà gradualmente, in accordo con le autorità italiane.

Non esistono, dunque, né una “valanga” pronta ad abbattersi sul nostro Paese né ponti aerei destinati a riportare improvvisamente in Italia migliaia di persone. Lo ha sottolineato anche Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e presidente ad interim del Partito dei Conservatori europei, intervenendo alla manifestazione “Bar Italia” di FdI.

«Non ci sarà nessuna valanga verso l’Italia», ha spiegato, contestando la rappresentazione secondo cui Germania, Svizzera e altri Stati sarebbero pronti a scaricare sul nostro Paese migliaia di richiedenti asilo. Insomma, il classico caso di una tempesta in un bicchiere d’acqua. «La verità è che la sinistra è sempre più in difficoltà e si aggrappa a polemiche prive di fondamento per cercare di darsi un tono. Ma ormai, sulla questione migratoria, la linea Meloni è quella prevalente e in tutta Europa si assiste a una corsa verso politiche più stringenti. L’esempio di Ceuta è stato forse la definitiva mazzata per quel permissivismo delle sinistre che evidentemente non paga. Sánchez, ormai ultima icona della sinistra di mezza Europa, è un premier a metà e nessuno in Spagna crede che il suo governo riuscirà ad arrivare alla fine dell’anno», osserva una fonte diplomatica di Palazzo Chigi.

Bisogna poi chiarire un punto spesso volutamente confuso nel dibattito pubblico. Non si tratta propriamente di rimpatri nei Paesi di origine, ma di trasferimenti previsti dalle regole europee per determinare quale Stato debba esaminare una domanda di protezione internazionale.

Il principio di Dublino assegna generalmente la responsabilità al Paese di primo ingresso. È proprio questo meccanismo che per anni ha penalizzato l’Italia e gli altri Stati mediterranei, lasciati troppo spesso soli a presidiare la frontiera meridionale dell’Unione.

Roma aveva sospeso le riammissioni alla fine del 2022, anche per l’oggettiva saturazione del sistema di accoglienza. Ora la situazione si inserisce nel quadro del nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, entrato pienamente in funzione il 12 giugno, che associa agli obblighi dei Paesi di primo ingresso forme di solidarietà, sostegni finanziari e meccanismi di alleggerimento. L’Italia, inoltre, intende ripartire dai casi successivi a quella data, evitando che sul nostro Paese venga scaricato tutto l’arretrato accumulato negli anni precedenti.

Il punto più interessante, però, non riguarda qualche decina di trasferimenti. Riguarda il cambiamento culturale e politico che si sta producendo in Europa. Per anni Meloni è stata descritta come la leader isolata di una destra ossessionata dalle frontiere e incapace di comprendere la modernità. Oggi molti governi europei, compresi quelli guidati dai socialdemocratici, riconoscono che l’immigrazione irregolare non può essere governata limitandosi a distribuire le persone già arrivate.

Occorre impedire le partenze, proteggere i confini esterni, contrastare i trafficanti e accelerare il ritorno di chi non possiede i requisiti per restare. Anche il sociologo delle migrazioni Maurizio Ambrosini ha più volte richiamato l’esistenza di una tensione strutturale tra l’efficacia delle misure di contrasto all’immigrazione irregolare e il rispetto dei diritti fondamentali. È un’avvertenza che non può essere liquidata, perché ricorda come una politica migratoria credibile debba tenere insieme controllo delle frontiere, legalità e tutela delle persone che hanno effettivamente diritto alla protezione.

La dimostrazione forse più evidente arriva dalla Danimarca. La prima ministra socialdemocratica Mette Frederiksen ha firmato con Giorgia Meloni un messaggio politico che soltanto pochi anni fa sarebbe stato liquidato come propaganda della destra. Le due leader hanno affermato di non accettare un’immigrazione incontrollata verso l’Europa, hanno riconosciuto gli effetti negativi dei flussi illegali sulla sicurezza, sui servizi pubblici e sulla fiducia dei cittadini e hanno rilanciato l’ipotesi di centri di rimpatrio o di altre strutture collocate al di fuori dell’Unione.

«Non è Meloni a essere diventata socialdemocratica. È una parte della socialdemocrazia europea ad avere compreso che ignorare le preoccupazioni dei cittadini significa consegnare intere fasce dell’elettorato alla destra. Frederiksen ha costruito il proprio successo anche su una politica migratoria rigorosa, dimostrando che difendere il welfare richiede di controllare gli ingressi e di stabilire chi abbia realmente diritto alla protezione», osserva un deputato di lungo corso di FdI, molto vicino alla premier.

Gli hub esterni, il rafforzamento di Frontex, gli accordi con i Paesi africani e l’aumento dei rimpatri non sono più proposte confinate nei programmi dei conservatori. Sono entrati nel lessico di popolari, liberali e socialdemocratici. La collaborazione tra Meloni e Frederiksen rappresenta plasticamente questa convergenza. La vera notizia politica, quindi, non è che Giorgia Meloni sia sotto assedio. È che la linea italiana sta diventando sempre più europea.

E mentre persino una premier socialdemocratica scandinava riconosce che senza controllo delle frontiere non può esistere una politica migratoria credibile, la sinistra italiana rischia di restare prigioniera di un dibattito già superato dalla realtà.

La sinistra italiana, invece, continua a oscillare tra l’accoglienza proclamata come principio quasi assoluto e l’utilizzo strumentale di ogni difficoltà per attaccare il governo. Prima accusa Meloni di essere troppo dura; poi, quando Germania e Svizzera chiedono l’applicazione delle regole europee, la accusa di non essere abbastanza forte.

Prima contesta gli accordi con i Paesi africani, poi denuncia l’incapacità dell’Europa di fermare le partenze. Una contraddizione che rivela l’assenza di una proposta alternativa capace di tenere insieme umanità e controllo.

Il governo, da parte sua, non può accontentarsi di avere spostato il linguaggio politico dell’Europa. Deve ora dimostrare che la strategia produce risultati concreti. Dovrà evitare che la ripresa dei trasferimenti secondari si trasformi in un carico sproporzionato per l’Italia e ottenere che alla responsabilità dei Paesi di primo ingresso corrisponda una solidarietà altrettanto effettiva: ricollocamenti, contributi finanziari, protezione delle frontiere, accordi con i Paesi di origine e rimpatri realmente eseguibili.

È questo il vero banco di prova del nuovo Patto. Non stabilire chi abbia vinto una battaglia propagandistica, ma verificare se l’Europa sia finalmente capace di costruire un sistema nel quale le regole valgano per tutti. Non può esistere responsabilità italiana senza solidarietà europea, così come non può esistere solidarietà senza il controllo dei movimenti secondari e il rispetto delle decisioni sulle domande di asilo.

Se il meccanismo europeo funzionerà, Meloni potrà rivendicare di aver anticipato una svolta che oggi attraversa conservatori, popolari, liberali e una parte crescente dei socialdemocratici. Se invece il Patto servirà soltanto a restituire ai Paesi mediterranei i migranti arrivati nel Nord Europa, senza compensazioni e senza una vera protezione delle frontiere esterne, il successo politico rischierà di trasformarsi in un problema italiano.

È su questo equilibrio, e non sulla presunta invasione dei “dublinanti”, che si giocherà la partita dei prossimi mesi. Meloni è convinta di poter ricucire lo strappo, forte anche dei buoni rapporti con Friedrich Merz e del ruolo ormai conquistato come rappresentante dei conservatori europei, non della destra estrema. Proprio questa credibilità, costruita nel dialogo con popolari, liberali e socialdemocratici, alimenta a Palazzo Chigi la certezza che, alla fine, un accordo si troverà.