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Politica
Napolitano, l'Unione Europea è un progetto politico. Non una SpA

Giovedì 11 dicembre, il Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e il Presidente della Repubblica Federale Tedesca, Joachim Gauck, hanno inaugurato a Torino, al Teatro Regio, il primo Italian-German High Level Dialogue. Il presidente italiano, dopo aver sottolineato l’impegno reciproco dei due Paesi a rinnovare e rinsaldare ogni loro rapporto, ha rimarcato il bisogno di “imprimervi nuovo slancio e nuovo vigore, dopo un periodo di indubbia criticità e difficoltà sul piano generale europeo”. Rivolgendosi direttamente, poi, al suo omologo, visibilmente animato da senso di responsabilità istituzionale, ha accusato: “Troppo spazio abbiamo forse dedicato - noi, i nostri governi, i giornali, le aziende, le banche - al confronto su questioni finanziarie e tecniche, che si stanno rivelando di grande peso per le nostre economie e per la vita dei nostri cittadini, ma che non possono e non devono farci dimenticare una più ampia visione comune, guidata dall'aspirazione irrinunciabile a portare fino in fondo, insieme, il grande processo dell'unione politica, della creazione di un'Europa che sia davvero la casa comune di tutti i suoi cittadini. Una casa dove essi possano sentirsi veramente, principalmente, essenzialmente cittadini europei”. Hanno riecheggiato parole e sentimenti provenienti da un passato prossimo e remoto,

“La questione europea – scriveva, infatti, Carlo Azeglio Ciampi il 16 giugno 2012 sul “Sole24Ore” - va ricondotta nel suo alveo naturale, che è quello politico”. Ma è noto che il progetto di un’Europa unita - non più intesa, quindi, in senso solo geografico o come un insieme di Nazioni tra di loro divise e in competizione, ma unite e cooperanti - nacque dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, proprio allo scopo di formare una coscienza comunitaria, che fosse in grado di rigettare ogni forma di guerra, di aspirare a forme di convivenza e di collaborazione, di nutrire e coltivare l’ideale d’un continente in pace, in sicurezza e in cammino prudente, ma deciso, verso il comune benessere morale, politico ed economico. La costruzione dell’Europa, quindi, è il progetto politico da realizzare a poco a poco e negli ambiti richiesti e consentiti dall’evolvere storico delle singole nazioni, sia del Continente Antico sia del mondo intero: “Per quanto riguarda le Istituzioni – scriveva già nel 1953 Alcide De Gasperi – bisogna ricercare l’unione soltanto nella misura in cui ciò è necessario, o meglio in cui è indispensabile”. Era l’avvertimento d’uno statista, che, ben saldo sulla realtà presente generata dalla guerra, aveva l'audacia di proiettarsi nel futuro e nel destino soprattutto delle nuove generazioni e scorgervi la realizzazione d’un esaltante sogno: nel divenire europei – osava profetizzare - “le voci di tutte le epoche si armonizzano (…) in una tradizione, le cui radici sono classiche, ma che si stendono in ramificazioni lussureggianti e folte; una tradizione che ci ispira, unendoci”. L’Europa, quindi, ha urgente bisogno d’una superiore autorità istituzionale politica unitaria, che la renda di fatto libera e autorevole dinanzi al mondo; si tratta, allora, di creare condizioni economiche e finanziarie positive per tutti, ma anche e prima di tutto di costruire le necessarie fondamenta politiche, culturali e umane, in grado di mettere in comunicazione liberale e feconda popoli che - sempre reciprocamente rispettosi - hanno una propria cultura antica e radicata in tradizioni e con valori propri, che legittimamente pretendono di tutelare quale sacro patrimonio atavico, proprio mentre si sforzano di comprendere e accogliere anche ogni nuova proposta: indubbiamente saggia e utile, ma pur sempre nuova.

L’introduzione dell’euro quale moneta unica è stato, dunque, un primo passo, per procedere decisamente verso la realizzazione d’un eccelso e nobile ideale di politica internazionale: fermare le guerre, almeno nell’Europa divenuta patria comune, mediante la costruzione della pace, la difesa della giustizia, la ricerca dell’equità sociale, e grazie alla disponibilità propria dell’animo umano aperto e proteso a forme concrete di collaborazione, di sussidiarietà e di solidarietà. Per tutto ciò occorre l’unione degli animi. Del resto, che l’adozione della moneta unica fosse intesa solo come un momento importante e uno strumento necessario della più profonda unione morale e spirituale dei futuri popoli europei lo testimoniano le vicende della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Il 21 aprile 1954, infatti, Alcide De Gasperi, primo presidente dell’Assemblea di quella Comunità, partecipava insieme a Schuman e Adenauer alla Conferenza parlamentare europea: un forum per uno scambio di opinioni chiaramente diverse, ma “tutti ugualmente preoccupati del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa”; quale rappresentante dell’Italia, poi, affermava con ferma convinzione: “E’ la volontà politica unitaria che deve prevalere (…). Tutta la nostra costruzione politico-sociale presuppone un regime di moralità internazionale. I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati. Lo sforzo di mediazione e di equità, che è compito necessario dell’Autorità europea, le darà un nimbo di dignità arbitrale, che s’irradierà al di là delle sue giuridiche attribuzioni e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi”. Venivano gettati i semi della futura Europa, che sarebbero dovuti germogliare e dare frutti fecondi grazie all’impegno di tutti, ma soprattutto delle nuove generazioni, nelle cui mani affidavano il ogni loro patrimonio politico e morale: sotto obiettivi economici, di nascosto ma con ardimento, avevano già mirato a far riavvicinare i vecchi avversari europei; il carbone e l’acciaio, infatti, costituivano la materia prima dell’industria bellica; un loro controllo significava un distogliere gli animi da funesti propositi di  lotta e di funesti egoismi provinciali. Il presidente Napolitano, con giusta preoccupazione, ha anche avvertito: “Dalla diffidenza reciproca e dalla svalutazione delle esigenze e delle proposte altrui, non è poi così lontano il rischio di una ricaduta nazionalistica (…).Un nazionalismo che già si avverte nel porre l'interesse del proprio paese - e le politiche che esso detta - al di sopra di una responsabile identificazione con l'interesse comune europeo”.

Gli uomini di Stato che hanno deciso l’introduzione della moneta unica europea, non erano certamente così sprovveduti da non prevedere le conseguenze possibili d’un porre insieme Paesi forti e Paesi deboli, o fossero talmente ingenuamente ottimisti da non capire il pericolo dei comprensibili latenti egoismi nazionali: sapevano benissimo di dover vigilare e faticosamente costruire lo spirito di onestà e di collaborazione anche nel campo dell’economia e della finanza. Ma assegnavano la salvaguardia dell’intero progetto europeo alla tempestiva adozione d’una Costituzione con le opportune rispettive Istituzioni. Le singole Nazioni, infatti, che intanto cedevano il proprio “valore monetario”, avrebbero ceduto, gradualmente ma responsabilmente, anche parte della propria sovranità politica. E lo stesso Ciampi, appena due fa, esortava le classi politiche e i governanti a saper “inscrivere interessi nazionali all’interno di un più ampio e coraggioso disegno”. Non è astrattezza o utopia, ma fiducia costruttiva sorretta da esperienza sofferta: l’altezza della meta richiede mezzi adeguati e validi. E’ necessario tessere una tela resistente di economia sostenibile e, contemporaneamente, di valori morali e spirituali. Solo così si può ragionevolmente sperare di ricreare e irrobustire il sentimento d’un amor patrio, che parta dalla propria piccola patria e si slarghi fino ad abbracciare la patria comune europea, madre benevola verso tutti e non anche matrigna verso alcuni: una Europa potente, e sempre più al servizio di ciascuno Stato membro e in dialogo fertile con il resto del mondo. Non si tratta di innescare movimenti “risorgimentali”, ma solo di mettere in essere un equilibrio tra economia e valori morali. In fondo è pure l’esortazione rivolta – e applaudita da quasi la totalità dei presenti - pochi giorni fa dal pontefice della chiesa romana nell’Aula del Parlamento Europeo.

Cosimo Scarcella
 

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