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Politica

di Pietro Mancini

Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rispondendo, sul "Corriere della Sera", all'editoriale di Ernesto Galli della Loggia, ha scritto che non avrebbe potuto aprire un dibattito, in quanto non previsto dal regolamento della Camera, sulla drammatica lettera che gli inviò, il 3 settembre del 1992, prima di suicidarsi, il deputato di Brescia del PSI, Sergio Moroni. Credo, invece, che, in presenza di quel gesto-talmente tragico che l'allora Presidente della Camera non lo ha ancora dimenticato-Napolitano avrebbe potuto, se lo avesse voluto, trovare il modo e le forme, politiche, per non lasciar cadere nel vuoto l'ultima richiesta rivoltagli, in punto di morte, dal giovane parlamentare socialista.

Tormentato e prostrato, anche per il risalto mediatico, che venne dato all'avviso di garanzia, per il reato di illecito finanziamento del partito, inviatogli dal sostituto procuratore della Repubblica di Milano, Tonino Di Pietro, Moroni-convinto che, "quando la parola è flebile, non resta che il gesto"- aveva insistito, nella missiva al Presidente della Camera, su un punto, che riteneva, e tuttora resta, molto importante. Cioè che dovesse emergere "la distinzione tra quanti hanno accettato di adeguarsi a procedure, legalmente scorrette, in una logica di partito, e quanti, invece, ne hanno fatto uno strumento di interessi personali". Insomma, Moroni sacrificò la propria vita in quanto non accettò di essere accomunato ai "mariuoli"-come Craxi definì il Presidente del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa, il primo politico, arrestato da Di Pietro- e ai "frati straricchi e gaudenti mentre il convento è povero" a cui si riferì un altro esponente socialista, l'ex ministro craxiano Rino Formica.

Condizionato dalla egemonia, nel PDS di Occhetto, del cosiddetto "partito dei giudici" guidato da don Luciano Violante- oggi più debole, nel PD di Renzi, rispetto agli anni 90, ma ancora influente- Napolitano non fece emergere quella distinzione. E, in quella come in tante altre fasi cruciali della sua lunghissima attività politica, Giorgio si attestò su una linea felpata, timorosa e cauta, che spinse Massimo Caprara, che fu segretario particolare di Palmiro Togliatti e deputato partenopeo del Pci, a sostenere che "i ruggiti di Napolitano somigliano a dei belati....". E si limitò, burocraticamente, a dar lettura, a Montecitorio, dell'ultima missiva, firmata da Sergio Moroni, prima di pro fine alla sua esistenza. E almeno questo, come ha rilevato, non senza un pizzico di ironia, il prof.Galli della Loggia, nessuno poteva pensare che l'allora Presidente della Camera non lo avesse fatto...

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