“I tempi sono maturi per chiamarci democratici, senza la parola partito”. Una battuta di Dario Nardella, braccio destro di Matteo Renzi ora tornato a Firenze per candidarsi a sindaco, ha riaperto un dibattito che ha segnato a lungo la storia della sinistra. E sempre con grandi lacerazioni. Dopo la svolta della Bolognina voluta da Achille Occhetto, al congresso di Rimini del 1991 fu deciso di chiudere con il Pci per il Pds, il Partito democratico della sinistra. Sparita dunque la parola ‘comunista’.
Pochi anni e si fece strada sotto la segreteria di Massimo D’Alema l’idea di allargare il campo della sinistra; prima l’embrione della ‘Cosa 2′ poi, nel febbraio 1998, la nascita dei Ds, i democratici di sinistra. Via, gia’ allora, la parola ‘partito’.
Questione di mesi e fini’ l’esperienza del governo dell’Ulivo con la caduta di Romano Prodi e l’ingresso proprio di D’Alema a Palazzo Chigi. Un passaggio molto ricordato in questi giorni, con l’avvicendamento non meno traumatico tra Enrico Letta e Matteo Renzi.
Neppure 10 anni e’ durata la storia dei Ds. Nel 2007 una nuova ‘svolta’, sempre per aprirsi, ma guardando al centro, alla Margherita erede della Dc. Le primarie del 14 ottobre 2007 decretarono la fondazione del Partitito Democratico. Via ogni riferimento alla ‘sinistra’.
Nel gioco delle sottrazioni, questa volta a sparire dovrebbe essere la parola partito. Idea che Ugo Sposetti ha accolto con una battuta fulminante. “A Nardella dico: a lui i ‘Democratici’, a noi il Partito”, ha scritto su Twitter l’ex tesoriere dei Ds.
Ma a sentire il segretario, nonche’ futuro premier, il dibattito e’ gia’ chiuso. “Per quello che mi riguarda il Pd non deve cambiare nome”, ha chiarito Renzi.

